Ha ovviamente ragione Guido Stazi, che con il professore ha lavorato per anni, nel sostenere che a Franco Romani piacesse decisamente di più leggere che scrivere. Ecco perché quando troviamo anche un piccolo saggio, come quello pubblicato da Stazi sulla rivista Libro aperto, che riguardi l’economista conviene compulsarlo con avidità.
Stazi ricorda bene il liberalismo di Romani: «Il vecchio Hobbes mi ha convinto che la vita in una società anarchica potrebbe anche essere molto spiacevole, brutale e corta e che, quindi, possa essere saggio che anche chi non ama ubbidire si rassegni ad avere chi comanda». Difficile trovare una definizione più geniale del metodo liberale in politica. Romani, classe 1935 è stato un liberale «interessato agli incroci tra le diverse branche del sapere». E l’incrocio che ha più studiato ed elaborato è quello con le materie giuridiche. Da hayekiano era profondamente convinto che la nostra società «sia governata da istituzioni e meccanismi che sono il risultato dell’azione umana, ma non l’esecuzione di un disegno umano».
Fu Romani ad importare in Italia dagli Stati Uniti la Law&Economics. Per il nostro «in tutti i paesi dell’Occidente il diritto dei giuristi aveva ceduto il passo al diritto del legislatore, che con le sue leggi e leggine ambiva a regolare in dettaglio le attività dei singoli, mettendo seriamente a rischio il sistema giuridico che si era nel tempo evoluto come uno strumento di efficienza economica, relegando i giudici a semplici impiegati esecutivi: la scuola di Law&Economics consiste proprio nel cercare di recuperare questa tradizione antica, del diritto dei giuristi contrapposto a quello del legislatore. In questo senso l’alleanza tra gli economisti e i giuristi liberali non è solo metodologica ma ideologica ed è un’alleanza contro lo Stato regolamentare».
Fu incaricato dal ministro Zanone di studiare le norme antitrust in Italia, le elaborò e fece parte, come commissario, del suo primo organismo. Se oggi vedesse cosa è diventata questa Authority, non solo in Italia, forse avrebbe qualcosa da dire. Al prossimo saggio di Stazi, speriamo.
Nicola Porro per Il Giornale 8 giugno 2025
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