C’è un modo tutto europeo di affrontare le crisi: parlarne moltissimo, reagire pochissimo e, soprattutto, non perdere mai l’occasione per infilare il Green Deal anche dove servirebbe semplicemente buon senso. La nuova tensione energetica legata alla crisi mediorientale rischia di colpire famiglie e imprese Ue e l’Italia chiede flessibilità. Non per fare festa con i conti pubblici, ma per evitare che un altro shock sui prezzi dell’energia si trasformi nell’ennesima botta alla nostra economia. E Bruxelles che cosa risponde? Flessibilità sì, forse, ma solo se serve a fare più green.
Valdis Dombrovskis, commissario europeo all’Economia, lo ha spiegato con il solito linguaggio ovattato da Eurogruppo. Tra i membri dell’Eurozona, “l’Italia è il Paese che chiede con maggiore costanza maggiore flessibilità”, ma nell’Eurogruppo ci sarebbe un “largo accordo” sulla necessità di non attuare politiche di stimolo dell’economia “ad ampio raggio”. Insomma: capiamo il problema, ma non aspettatevi una vera risposta. Il punto arriva subito dopo. Dombrovskis dice che “ci sono stati anche altri Paesi” a chiedere margini simili e che si valutano varie “opzioni”, comprese le “flessibilità” già esistenti. Poi però chiarisce la linea: la questione “è stata sollevata in contesti diversi, ma in linea di massima sembra esserci un accordo sulla necessità di una risposta di politica fiscale mirata, senza ricorrere a stimoli fiscali generalizzati, senza sostenere o aumentare la domanda di combustibili fossili, e tenendo quindi conto anche dello spazio fiscale limitato di cui disponiamo”.
Ecco il cuore della faccenda. L’Europa non si chiede anzitutto come proteggere imprese e famiglie da un possibile nuovo caro energia. Si chiede come farlo senza disturbare la liturgia verde. Il problema non è più lo shock, non sono i costi di produzione, non è la perdita di competitività, non è il potere d’acquisto. Il problema diventa non “sostenere la domanda di combustibili fossili”. Dombrovskis insiste: “In questa fase ciò che riteniamo necessario come risposta alla crisi è una risposta mirata, quindi non un ampio stimolo fiscale o economico, e pensiamo che ciò sia fattibile nell’ambito degli strumenti di finanziamento esistenti”. Tradotto: niente interventi robusti, niente sostegni larghi, niente vera flessibilità. Solo misure selettive, dentro i confini già fissati, possibilmente compatibili con l’agenda green. È abbastanza incredibile. Perché una crisi energetica non aspetta i tempi della burocrazia europea. Colpisce subito le bollette, i prezzi, i margini delle imprese, la produzione industriale.
Bruxelles ricorda di avere “già aggiunto i capitoli di Repower Eu ai nostri piani di ripresa e resilienza per affrontare proprio le questioni energetiche, e molti di questi piani o progetti di investimento devono ancora essere attuati. Lo stiamo facendo proprio ora”. Benissimo. Ma Repower Eu e Pnrr non sono un estintore immediato. Sono strumenti programmati, vincolati, spesso lenti. Utili, forse, per investimenti di lungo periodo. Non necessariamente per evitare che un aumento dei prezzi dell’energia si scarichi domani mattina su famiglie e aziende. E infatti Dombrovskis aggiunge: “Nella fase finale dei meccanismi di ripresa e resilienza risorse sostanziali affluiranno verso gli Stati membri e, analogamente, siamo ora nella fase del quadro finanziario pluriennale in cui l’assorbimento della coesione sta riprendendo, fornendo risorse sostanziali agli Stati membri. Riteniamo quindi possibile, almeno nella fase attuale, affrontare la questione con gli strumenti di finanziamento esistenti”. È la classica risposta europea: ci sono fondi, procedure, capitoli, programmi. Ma la domanda resta: se arriva uno shock energetico, gli Stati possono reagire davvero o devono chiedere il permesso alla religione verde?
Qui non si tratta di negare la transizione energetica. Si tratta di capire che nessuna transizione regge se nel frattempo si indeboliscono industria, consumi e coesione sociale. Senza crescita e senza imprese, il Green Deal diventa un esercizio di propaganda. Eppure la Commissione continua a comportarsi come se la realtà dovesse adattarsi ai suoi piani, non il contrario. Le clausole di flessibilità dovrebbero servire proprio a questo: permettere agli Stati di reagire agli shock straordinari. Se però Bruxelles le interpreta in modo restrittivo, condizionato e ideologico, allora non sono più flessibilità. Sono un recinto. E dentro quel recinto si può fare qualcosa solo se non aumenta la domanda di fossili, solo se non sembra uno stimolo troppo ampio, solo se non contraddice la traiettoria verde già scritta
Il risultato è paradossale. L’Unione europea si scopre tragicamente incapace di reagire alla crisi, ma abilissima nel trasformare ogni crisi in un’altra occasione per fare più green. Blatera di flessibilità, ma appena la flessibilità serve davvero la svuota di senso. E alla fine il conto non lo pagano i commissari. Lo pagano le famiglie con bollette più pesanti, le imprese con margini più stretti, l’industria europea con meno competitività. Bruxelles continua a parlare di futuro, ma sembra non accorgersi del presente. Ed è questo il punto più incredibile: davanti a una crisi concreta, l’Ue non reagisce. Predica.
Franco Lodige, 23 maggio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra
Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


