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Il morbo che sta divorando l’Occidente: odiare noi stessi

Nel saggio “Il morbo”, Paolo Gambi racconta la crisi della nostra civiltà e la sua possibile cura: verità, speranza e gentilezza

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Serpeggia in Occidente un morbo silenzioso e letale: è l’odio verso sé stessi, verso la propria storia, i propri valori, le proprie radici e le proprie istituzioni. È un disprezzo costante per ciò che siamo, nonostante l’Occidente rappresenti ancora una parte del mondo in cui è possibile esprimere liberamente questo dissenso e che ha prodotto un grande patrimonio filosofico, tecnico e artistico. Ma chi esprime tanto livore? Gli occidentali stessi.

A spiegare le ragioni di questo fenomeno con un’analisi intelligente e sferzante è Paolo Gambi, poeta e scrittore, nel saggio Il morbo. Una diagnosi accurata, ma soprattutto una sorprendente idea di cura. L’Occidente nasce dall’alchimia di tre grandi eredità: Atene, Roma e Gerusalemme. “Queste tre eredità sarebbero rimaste tre elementi sconnessi, se non ci fosse stato il cristianesimo; fu la parola cristiana a dire che il logos greco era lo stesso Verbo che si era fatto carne a Betlemme, che il diritto romano poteva rivestire le membra di una carità nuova, che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe era il Padre di Gesù di Nazareth”.

L’Occidente è poi uscito dai propri confini, diventando una realtà planetaria. Lo ha fatto anche attraverso la violenza, ma portando con sé importanti strumenti di crescita e soprattutto ha diffuso il principio dell’universalità, già presente nel cristianesimo, affermando che davanti a Dio tutti gli uomini sono uguali.

In questo solco, la ricerca della verità, nonostante ostacoli e contraddizioni, è stata considerata una finalità fondamentale. La nostra civiltà ha costruito un metodo di conoscenza basato sulla ricerca, sul confronto e sulla possibilità di correggere i propri errori. Oggi, invece, la verità sembra interessare sempre meno: è faticosa da raggiungere, complessa e scevra dagli interessi del potere, dunque non allettante. Al suo posto si è affermata la cosiddetta “post-verità”, nella quale contano maggiormente emozioni e convinzioni personali rispetto ai fatti.

Nel 2016 gli Oxford Dictionaries hanno scelto “post-truth” come parola dell’anno, definendola una situazione in cui i fatti oggettivi hanno meno influenza sulla formazione dell’opinione pubblica rispetto agli appelli, alle emozioni e alle convinzioni personali. In altre parole, tendiamo ad accettare più facilmente ciò che vogliamo sia vero, anche quando è oggettivamente falso.

Questo meccanismo era già stato studiato nel 1971 dallo psicologo sociale Henri Tajfel: per schierarsi non sempre abbiamo bisogno di valide ragioni, è sufficiente che esista una linea capace di dividere il campo in due. La post-verità sfrutta proprio questo bisogno di appartenenza, oggi amplificato dalla rete e dagli algoritmi.

Il risultato è che molte persone vivono dentro bolle informative che confermano continuamente ciò in cui già credono. Gli algoritmi di piattaforme come Google, Facebook e TikTok osservano ciò che cerchiamo, guardiamo e condividiamo e ci restituiscono soprattutto contenuti simili ai nostri interessi e alle nostre convinzioni. Gli psicologi definiscono questo fenomeno “bias di conferma”: il cervello tende naturalmente a cercare informazioni che confermino le proprie idee e a scartare quelle che le contraddicono.

Chi mette in discussione la propria bolla viene spesso escluso dal confronto e il non conformista può trasformarsi, agli occhi degli altri, in un nemico. Fuori dalla bolla, invece, la realtà è più complessa e non può essere ridotta a uno slogan; dunque, riconoscere questa complessità significa accettare la possibilità di essere stati ingannati, anche dalle migliori intenzioni, anche da sé stessi.

Come aveva intuito Orwell, chi controlla la lingua può controllare la realtà. Un esempio significativo è la parola “patria”, oggi spesso guardata con sospetto. Amare la propria patria, però, non significa negare i diritti degli altri, anzi, chi riconosce il valore della propria casa può comprendere meglio anche il diritto altrui di averne una. La patria non è un idolo né una realtà perfetta; una nazione deve saper riconoscere sia i propri errori sia i propri meriti. La critica storica è quindi necessaria e positiva, ma è profondamente diversa dall’odio sistematico verso la propria civiltà.

Roger Scruton ha definito questo fenomeno “oicofobia”, cioè la paura della propria casa e, per estensione, il rifiuto della propria civiltà. Non si tratta più di un sano distacco critico, ma di un sentimento di disgusto verso la civiltà che ci ha generati. Il problema non è la critica in sé, bensì il momento in cui essa diventa così radicale da far desiderare un Occidente diverso o addirittura la sua fine, fino a renderlo incapace di riconoscere il proprio valore e di difendersi.

Secondo Gambi, proprio nei luoghi in cui dovrebbe esistere una maggiore resistenza a questo atteggiamento – nelle scuole, nelle università, nelle redazioni e nei parlamenti – il morbo trova spesso terreno fertile. L’Occidente ha costruito sé stesso attraverso la libertà di pensiero e il confronto, ma oggi questo stesso approccio, quando diventa rifiuto indiscriminato della propria identità, rischia di produrre un profondo malessere, soprattutto nelle nuove generazioni.

A questo problema si aggiunge una conseguenza ancora più profonda. Il sociologo americano Jonathan Haidt, studiando la salute mentale dei giovani occidentali, ha individuato un paradosso: siamo di fronte a una generazione apparentemente molto sicura, ma anche sempre più ansiosa, depressa e fragile, non educata alla speranza.

L’analisi dell’autore si concentra allora su un aspetto tanto strutturale quanto impalpabile: l’anima. La consapevolezza che questo luogo prezioso sia abitato dall’infinito creatore appartiene soprattutto alla tradizione cristiana, nella quale Dio, attraverso l’incarnazione, abbraccia l’essere umano nella sua interezza, nella luce e nel fango. Dio si è fatto carne. Negare questa dimensione e non riconoscere il nostro impasto di bene e male significa creare una frattura dentro e fuori di noi. Nelle sue lettere, San Giovanni scriveva: “Già ora sono sorti molti anticristi” (1 Gv 2,18): l’anticristo non è soltanto una persona, ma può rappresentare un processo culturale che, negando Cristo venuto nella carne, finisce per negare anche la dignità divina presente in ogni essere umano.

La cultura occidentale ha spesso celebrato la figura del ribelle che si oppone a Dio, come nella letteratura da Milton a Byron e Baudelaire. Anche alcune forme artistiche moderne hanno esaltato il nulla, la disperazione e la distruzione. Ma, secondo il Nostro, questa strada non conduce a una vera liberazione: distruggere senza costruire lascia soltanto il vuoto e la solitudine.

La risposta al morbo è la speranza, un fuoco già presente dentro di noi che deve solo essere riconosciuto e alimentato; la storia di molti grandi dimostra che la luce può sconfiggere le tenebre anche nei momenti più difficili. Vaclav Havel, dissidente e perseguitato politico sotto il regime comunista dell’allora Cecoslovacchia, definisce splendidamente questa attesa del cuore “La speranza non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma la certezza che qualcosa ha senso, indipendentemente da come va a finire”.

Nessuno, infatti, sa come va a finire, ma questo non frena i passi di un uomo nella storia. Lo testimonia anche Francesco d’Assisi. Quando compose il Cantico delle Creature, la più alta poesia di lode e pace cosmica mai scritta, era rinchiuso in una capanna, il corpo martoriato dalle malattie e l’anima oppressa dal peso dei fallimenti storici del suo stesso ordine. Francesco non si arrese, perché la garanzia del risultato non appartiene all’azione umana: grano e zizzania crescono da sempre nello stesso campo.

Da questa consapevolezza nasce una prospettiva nuova e universale capace di superare la logica binaria e manichea del “noi contro loro” e il coraggio di trovare delle ragioni persino nella tesi dell’avversario. Paolo Gambi propone uno strumento di pensiero potente, controintuitivo e rivoluzionario: la gentilezza umanistica. Essere gentili non significa arrendersi, ma trattare l’altro come un essere umano dotato di una storia, di ragioni e di un’anima che risponde alla nostra stessa luce; si crea così un dialogo che non distrugge, ma, in nome della verità, crea bellezza.

Fiorenza Cirillo, 23 agosto 2026

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