Cronaca

Il mostro in TV: quando il sospetto diventa già una condanna

La gogna mediatica nei casi di cronaca nera e il garantismo dimenticato: il caso Nadir Rossi riaccende il dibattito sulla responsabilità del servizio pubblico e sulla presunzione d'innocenza

Sebbene ciò che sta avvenendo nella seconda indagine di Garlasco ha avuto un riflesso a mio avviso positivo su altri casi giudiziari finiti sotto i riflettori – pensiamo all’assoluzione di Louis Dassilva -, nei quali si ha l’impressione che gli inquirenti si stiano muovendo con estrema cautela prima di puntare il dito contro qualcuno, la deteriore tendenza a realizzare improvvisati processi televisivi è rimasta la stessa.

Anche se, occorre sottolineare per correttezza, nei riguardi di Andrea Sempio, pur con molti eccessi che si potrebbero evitare, tutti i vari conduttori televisivi si sforzano più volte di sottolineare che quest’ultimo va considerato innocente fino a prova contraria.

Tuttavia, nel caso di Nadir Rossi, ex infermiere veronese accusato di aver ucciso la moglie con l’insulina, queste cautele garantiste sono andate letteralmente a farsi friggere. Ascoltando il programma di Salvo Sottile, Ore 14, in onda su Rai2, sono rimasto letteralmente basito. Per farla breve, il caso del decesso di Jessica Dalla Chiara, avvenuto il 24 giugno del 2024, è stato dibattuto da tutti gli ospiti come se la responsabilità del marito sia stata già acclarata oltre ogni ragionevole dubbio da una sentenza definitiva.

Sebbene occorra sottolineare che gli indizi a carico dell’indagato appaiono molto gravi – almeno per come i fatti vengono raccontati dalle varie sintesi giornalistiche – nessuno dei numerosi ospiti in studio e in collegamento ha manifestato alcun dubbio circa la reità del solito mostro sbattuto in prima pagina. Ma non ci si è fermati qui. Per oltre mezz’ora abbiamo assistito ad una gara di ricamo colpevolista, se così la voglia definire, nella quale ognuno ha cercato di mettere in evidenza – ovviamente sulla base di ciò che riportava la stampa – gli aspetti più malvagi, spietati e moralmente riprovevoli di un uomo dipinto come un mostro privo di sentimenti e già condannato a furor di popolo televisivo.

Non una parola che esprimesse un minimo dubbio è uscita dalla bocca dei presenti, conduttore compreso. In sostanza, a nessuno è venuto in mente di fermarsi un attimo, ricordando a sé stesso e agli altri che l’uomo non è stato ancore neppure rinviato a giudizio.

Ora, qui la questione è molto semplice e vale, a mio modesto parere, in tutti i casi di cronaca nera di cui si occupa la televisione.
In primis – sintetizzo al massimo – dato che la massa è tendenzialmente colpevolista da sempre, quando le viene sbattuto in copertina un colpevole già pronto all’uso, in essa si innesca un meccanismo catartico vecchio come il cucco. Ovvero una sorta di purificazione psicologica che si realizza nel sentirsi migliori nel prendere emotivamente le distanze dal mostro del momento.
Ebbene questo meccanismo, con cui la società sente di vendicarsi del presunto colpevole mettendolo alla gogna attraverso questi programmi, viene inconsapevolmente utilizzato da molti conduttori per aumentare i propri ascolti.

Ascolti che, anche nel caso in oggetto, calerebbero di molto se si cominciasse ad utilizzare per bene tutte le garanzie che la nostra Costituzione impone di usare nei confronti di chi, indagato o imputato che sia, non sia stato ancora condannato con sentenza passata in giudicato.

Ma proprio perché la Rai offre un servizio pubblico pagato dai contribuenti forse ci si aspetterebbe maggior rigore, per quanto possibile, nel tutelare i diritti dal Caino di turno. Aspettiamo se non altro almeno una condanna in primo grado.

Claudio Romiti, 5 novembre 2026

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