Esteri

Il movente e il silenzio. Perché l’accusa a Netanyahu è insostenibile

Bibi sapeva e ha taciuto sull'attacco di Hamas del 7 ottobre? L'ipotesi è suggestiva, ma puzza di complottone

netanyau hamas 7 ottobre Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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L’ipotesi che Netanyahu abbia “lasciato fare”, dopo essere stato messo al corrente, complottando e sacrificando oltre un migliaio di civili e di militari per apparecchiare poi una reazione spropositata, ha il fascino torbido di tutte le spiegazioni che non spiegano nulla. Suggestiva, icastica, virale. Ma logicamente insostenibile. Un complotto, per reggere, deve superare due prove: quella del movente e quella del silenzio. Non ne supera nessuna.

IL MOVENTE CHE NON C’È
Il 7 ottobre 2023 Netanyahu ha visto sgretolarsi in poche ore l’unico capitale politico che possedesse: la reputazione di uomo forte. Circa 1.200 morti, per la stragrande maggioranza civili. 251 persone trascinate negli ostaggi dei tunnel. La barriera elettronica, vanto tecnologico della sua dottrina di sicurezza, violata in decine di punti come fosse cartapesta. Difficile concepire disfatta più esiziale per chi si faceva chiamare “Mr. Security”.

Chi sostiene che fosse tutto calcolato dovrebbe spiegare una cosa sola: quale ragionamento razionale spinga un leader a incenerire per sempre la propria legittimità, esponendosi all’ergastolo, forse alla pena capitale, e a un’infamia che nessuna vittoria successiva potrebbe riscattare. Anche ammesso che il segreto reggesse per anni, una sola rivelazione postuma azzererebbe ogni cosa. Il gioco non vale la candela. E non esiste, in tutta la storia documentata, un precedente comprovato di autosabotaggio di questa portata.

IL SILENZIO IMPOSSIBILE
Una regia occulta del genere implicherebbe la complicità, o quantomeno il mutismo, di centinaia di uomini distribuiti tra Shin Bet, Mossad, IDF e la Unit 8200. In un Paese dove la stampa è ferocemente combattiva e le commissioni parlamentari scavano fino all’osso, immaginare una simile rete impermeabile alle fughe di notizie è velleitario. La storia insegna che più vasta è la cospirazione, più effimera è la sua durata.

LA VERITÀ, MENO SEDUCENTE
La realtà non è un thriller sofisticato ma una miscela di albagia tecnologica, errori di valutazione e sfortuna. Negli anni precedenti l’intelligence israeliana aveva concentrato ogni risorsa sulla minaccia strategica di Iran ed Hezbollah. Hamas, a Gaza, era ritenuto contenuto, ingabbiato nella barriera completata nel 2021. Una calma apparente lunga quasi due anni aveva prodotto la più insidiosa delle certezze: quella dell’avversario addomesticato. Non a caso i permessi di lavoro per i gazawi erano balzati dai 300 del 2021 fino a circa 18.000 alla vigilia dell’attacco. Si concede accesso a chi si crede inoffensivo.

Con il senno di poi, i segnali c’erano tutti. Movimenti anomali a ridosso del confine, prove di sfondamento, assalti simulati a postazioni fittizie: tutto osservato e diligentemente segnalato dalle ragazze dell’unità di sorveglianza 414, e tutto archiviato dai comandi come routine, “un’altra esercitazione”. Quindici di loro sono state massacrate all’alba del 7 ottobre nella base di Nahal Oz, altre sei rapite. L’informazione esisteva. È mancato chi la ascoltasse.

LA GUERRA DEI POVERI
Hamas sferrò il primo attacco con una strategia deliberatamente primitiva, costruita sull’azzeramento della propria visibilità: corrieri a piedi, ordini vergati su pizzini, droni commerciali per la ricognizione, tunnel per addestrarsi al riparo dei satelliti. Nessuna emissione elettronica da intercettare, nessuna traccia per l’apparato di intelligence più sofisticato del mondo. Perfino il massacro del rave SuperNova non figurava nei piani: l’evento fu spostato all’ultimo momento nei pressi di Re’im, e gli assalitori lo scoprirono soltanto dopo aver sfondato la barriera. Una coincidenza tragica, sfruttata all’istante. Proprio quel dettaglio, per chi voglia ragionare, polverizza l’idea di una regia onnisciente.

IL PRECEDENTE CHE NON PERDONA
Il parallelo con Pearl Harbor è immediato e istruttivo. Anche allora, dopo l’orrore, fiorirono le teorie secondo cui Roosevelt prima, e l’amministrazione americana poi, avrebbero “lasciato accadere” che la base americana venisse rasa al suolo per fini reconditi. Anni di inchieste ufficiali e migliaia di documenti desecretati hanno smentito ogni accusa. Ciò che restava, ogni volta, era la stessa deprimente materia: errore umano, sottovalutazione della minaccia, rigidità burocratica. Fa male ammetterlo, ma il disastro nasce assai più spesso dalla banalità dei fallimenti che dalla genialità dei malvagi.

Attribuire a Netanyahu un piano di autodistruzione significa ignorare costi politici e giudiziari incalcolabili e, insieme, sopravvalutare in modo grottesco la capacità umana di custodire un segreto. Significa dimenticare la lezione più elementare della storia militare: la sorpresa è quasi sempre figlia della superbia di chi si crede invulnerabile e dell’astuzia creativa di chi non ha più nulla da perdere.

Il complotto è la favola che si riciccia anche oggi per non guardare in faccia una verità più scomoda. Che a volte, semplicemente, non abbiamo visto.

Giulio Galetti, 9 settembre 2026

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