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Il pagellone del Quirinale

Conte, Salvini, Letta, Di Maio: il meglio e il peggio del bis di Mattarella

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Matteo Salvini: fa la figura del pugile suonato. Ogni volta che sale sul ring si prende una papaia in faccia e esce tramortito. Riesce a bruciare candidati come un piromane ad agosto in Sicilia: Nordio, Moratti, Pera, Casellati, Cassese, Frattini e chi più ne ha più ne metta. Riesce anche a farsi infinocchiare dal Pd quando Letta gli fa credere di voler puntare su Belloni: lui si fida, e sbaglia. È solo riuscito a sbarrare la strada a Draghi: dimostra ancora una volta di essere un grande comunicatore, ma un tattico mediocre. Leadership azzoppata, voto: 3

Giorgia Meloni: nel terremoto del centrodestra lei è la casetta di legno che resta in piedi per miracolo: ha giocato meglio di altri, ma ora è la leader di Chernobyl. Bella fregatura, ma un po’ ci ha messo del suo: ha tirato la corda per pestare i piedi a Salvini; ha realizzato il blitz con Crosetto; ha chiesto di tentare la carta Casellati, mandandola al macello; ha posto il suo veto al centrista Casini. Vero è che lei ha mantenuto la parola, mentre Lega e centristi l’hanno tradita. In realtà sperava segretamente che il piano inclinato portasse a Draghi, l’unico in grado di garantirle un futuro da premier. Risultato: si ritrova con al Quirinale un tizio con la tessera del Pd in tasca e poco amore per i sovranisti. Due note positive: ingrossa la sua fila di parlamentari e farà il boom alle prossime elezioni. Bottino medio, voto 6

Forza Italia: Forza Italia chi? Voto: 2

I centristi (Lupi, Toti &co): avevano come unico scopo quello di restare attaccati alla cadrega, possibilmente mantenendo lo status quo e senza bruciarsi il fine settimana. L’elezione di Casini li avrebbe inorgogliti, ma tutto sommato chissenefrega? Silurando Casellati si sono assicurati altri 7 mesi di governo e il crollo di tutte le coalizioni. Chissà: magari un giorno arriverà il regalino della legge proporzionale e il “grande” (inutile) centro. Conservatori di se stessi, voto: 5

Il centrodestra: aveva l’opportunità storica di eleggere un Capo dello Stato “meno di sinistra” degli ultimi 13. Non c’è riuscito ed è tutta colpa sua. Da quest’esperienza ne esce devastato e ora i partiti che lo compongono, se potessero, si accoltellerebbero: si vogliono bene come due tifosi di Roma e Lazio al derby in finale di Coppa Italia. La coalizione paga il fatto di non avere un leader vero (Berlusconi, dove sei?) né un’idea che possa unirla. Sovranisti, mezzi nazionalisti, moderati, conservatori, liberali o liberisti. Nessuno ha capito cosa vuole essere da grande. Così bisticciano tra loro come bambini. Vicini di Erba, voto: 1

Enrico Letta: anche questa volta ha attuato la sua tecnica perfetta: fingersi morto. Ha detto no a metà della popolazione over 50 d’Italia, senza mai sostenere davvero manco mezzo curriculum. Semplice giocare così. Dopo tutti i pipponi sulle quote rosa, con un dietrofront ha pure seppellito per altri 7 anni il sogno di un Quirinale femminile. Insomma: voleva Draghi al Colle, si ritrova il compagno di merende Mattarella. Sconfitto, ma un po’ meno di altri. Ti piace vincere facile, voto: 6

Matteo Renzi: dopo il passaggio di Vlahovic dalla Fiorentina alla Juventus, altra nota stonata. A Casini forse aveva promesso la Presidenza fin dai tempi della Commissione Banche, ma stavolta la mossa del cavallo non gli è riuscita. Definirlo sconfitto è un po’ troppo, ma stavolta non ha costruito: solo distrutto. Il terrore in volto con cui s’è presentato davanti alle telecamere per stoppare l’operazione 007 al Colle è da incorniciare. Domanda: ma che segreti nasconde? Scheletro nell’armadio, voto: 6

Giuseppe Conte: parla con la stesso frizzante eloquio di un aristocratico borbonico del 1700. Du palle. Pure lui, come Salvini, non ne ha azzeccata una se non quella di evitare la salita al Colle del poco amato Mario Draghi. Di Maio però gli ha fatto pelo e contropelo, spiegandogli – con un solo comunicato su Belloni – la differenza tra l’esame di diritto pubblico e la realtà parlamentare. Principiante, voto: 4

Luigi Di Maio: dopo la rielezione lo hanno visto brindare in un ristorante con la sua pattuglia di fedeli parlamentari. Ha dirottato nelle prime votazioni i “suoi” voti su Mattarella, poi ha affossato il blitz Belloni di Giuseppi. Voleva indebolire Conte e ci è riuscito, senza sostanzialmente sporcarsi le mani. Ora le ha libere e pulite per seppellire politicamente l’avvocato del popolo. Piccolo appunto: come ministro degli Esteri, anziché giocare al Quirinale avrebbe potuto occuparsi di Ucraina. Sarebbe stato più utile: 2 punti in meno. Conticida, voto: 7-2=5

Il M5S: voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e solo tre anni fa aveva chiesto l’impeachment di Mattarella. Si ritrova a votarlo di nuovo per poter restare nella scatoletta. Patetico, voto: 2

Il “fronte progressista”: non è mai esistito. Voto: 0

Ugo Zampetti: il segretario generale di Mattarella ha portato a spasso i collaboratori di Mario Draghi e degli altri candidati al Quirinale. Zitto Zitto, s’è guadagnato un altro giro di giostra sul Colle più bello di Roma. Maestro nel preparare tutte le condizioni politiche affinché si arrivasse sin qui. Agente segreto, voto: 8

Sergio Mattarella: aveva urlato ai quattro venti che non avrebbe concesso il bis. Aveva chiuso gli scatoloni e affittato casa nuova. Gli sarebbero bastate due righe di comunicato (ieri sera o stamattina) per costringere i partiti a convolare a nozze con Casini o con un altro nome “di alto profilo”. Carlo Azelio Ciampi lo ha fatto, e infatti non l’hanno rieletto. Lui no. La verità? Sergio al Quirinale stava bene e voleva tornarci. Bastava dirlo. Voltagabbana, voto: 3