Politica

Il Pd di Schlein sta evaporando

La segretaria dem non sa più cosa fare mentre nel partito arriva il momento della resa dei conti con i riformisti

Elly schlein Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Nel Partito democratico – mentre si prepara l’offensiva nucleare contro la riforma della giustizia – è partita la distribuzione delle ciambelle di salvataggio per la segretaria Elly Schlein. Il timore è palpabile: nessuno vuole che qualcun altro prenda il suo posto tra cacicchi, baciapile, uomini d’apparato, conti e finti conti. A parte Francesco Boccia, devoto Rasputin della prima ora, tutti le lanciano una ciambella, ma con la velenosa clausola tipica del comunismo gonfiabile: “Resta pure dove sei, ma se mai dovessimo vincere, scordati Palazzo Chigi; e, tranquilla, non sarà premier neppure l’odiato Giuseppe Conte,” che disperatamente ci crede. Detto così non suona benissimo, ma con la nuova regola – sebbene non scritta – del Nazareno (“Ti sopportiamo, ma non ti incoroniamo”) tutto acquista una sua inspiegabile logica.

Nel frattempo c’è un’Italia che si inaridisce e un partito che evapora. Il Po potrebbe essere la metafora della parabola di Schlein: il fiume più lungo d’Italia scorre ormai a fatica per i cambiamenti climatici; la segretaria scivola nella solitudine per la crisi dell’elettorato di sinistra e la mancanza di proposte concrete. Sulla politica estera siamo alla spy-story: nessuna parola chiara su Israele (e metà delle sue origini la riguarderebbe da vicino), silenzio assoluto sulla Difesa europea, nebbia fitta sull’Alleanza Atlantica; nessuna linea su Nato, Ucraina o Mediterraneo, solo slogan da campus. Sulla legge elettorale? Buio fitto: confusione tra proporzionale e maggioritario, zero proposta, zero strategia.

Mentre Meloni lavora per blindare il suo potere, il Pd dibatte se preferire il proporzionale o l’unicorno, con la stessa determinazione con cui si sceglie un filtro su Instagram. Mentre il mondo brucia, Schlein parla di diritti civili e della “pace nel mondo” con il pragmatismo di una studentessa che occupa le classi di un liceo “pro-Pal”. Per un partito che aspira a governare, non è una lacuna: è un vuoto strategico. Schlein, intanto, sorride, twitta e convoca assemblee che sembrano gruppi di autocoscienza più che direzioni politiche. Sembra convinta che basti un hashtag per fare opposizione: governa il partito come se fosse un TED Talk infinito, peccato che il pubblico stia già uscendo dalla sala.

Intorno a lei si aggirano i dinosauri del Palazzo in versione corvi: il “Peppone” alla Guareschi di Stefano Bonaccini, la longa manus di Sergio Mattarella nella persona di Dario Franceschini, il reduce andreottiano Lorenzo Guerini, il fluido spezzino Andrea Orlando. Ognuno con il proprio secchio bucato, a contendersi l’ultima goccia di potere. I bonacciniani la tollerano, i franceschiniani la blandiscono e – insieme a Speranza e Orlando – preparano l’ennesimo finto rave pro-Elly a Montepulciano; i riformisti la aspettano al varco. Gli ex renziani – Guerini, Margiotta, Nardella – fingono di sostenerla, ma contano i suoi inciampi. Gianni Cuperlo predica dal suo pulpito marxiano, Romano Prodi mugugna, fa il grillo parlante e interviene come se fosse ancora lui a decidere le nomine.

C’è chi invoca la “svolta verde”, chi – come Landini – ulula al vento per il ritorno ai lavoratori, chi cerca il dialogo con “Arsenio Conte-Lupin”, e chi sogna la grande ammucchiata con Carlo Calenda, che nel frattempo ha preso residenza nella corte meloniana fingendo però di vergognarsene. E infine c’è chi gioca di sponda tra Prévost e Meloni: il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, che sogna Palazzo Chigi, e l’assessore Onorato, l’unico che con metodo sta aggregando gli amministratori locali. Un tempo il Po univa il Nord come il Pci abbracciava la classe operaia. Oggi entrambi dividono: agricoltori contro ambientalisti, nostalgici contro influencer. In mezzo, Matteo Renzi: insopportabile ai piddini, ma indispensabile; tutti sanno che dovranno garantirgli almeno dieci seggi. Elly continua a parlare in inglese con accento elvetico, come se bastasse dire climate justice per far piovere consensi. Bonaccini coltiva una pazienza da idrovora: ufficialmente fedele, ufficiosamente pronto. Franceschini, vecchio sacerdote del potere, tesse trame nel sottosuolo umbro-romano; Guerini fa la spola con gli apparati; Letta e Gentiloni osservano da Bruxelles sperando che Mattarella, nel 2029, liberi la poltrona per uno di loro..

Come il Po, anche il Pd vive di esondazioni improvvise: congressi che non si faranno mai, mozioni che si gonfiano come onde. Poi la secca. L’ultima si è vista alle europee: risultato dignitoso solo grazie agli anti-meloniani. Nelle regioni rosse si resiste per inerzia; al Sud il partito è un mosaico dinastico di cacicchi. I giovani turchi sono reperti fossili; Pier Luigi Bersani non frequenta più le sezioni ma gli studi di La7, coccolato da Lilli Gruber e Giovanni Floris. Attorno a Elly galleggia una fauna assortita – Serracchiani, Provenzano, Braga, Furfaro, Bonafè, Zingaretti (deportato a Bruxelles dopo il suo “gran rifiuto” alla Celestino V) – tante correnti, nessuna visione unitaria. Se parla di sociale, gli industriali rossi del Nord storcono il naso; se apre ai pacifisti, i moderati invocano la Nato; se critica la Meloni, qualcuno la ammonisce: “Meno ideologia, più pragmatismo.”

In sintesi: un fiume di contraddizioni senza argini. Goffredo Bettini, ancora il più lucido tra loro, prova a riportarli alla ragione. Ma Schlein continua a percorrere il vicolo cieco che si è scelta, senza rendersi conto che sta demolendo l’unico partito ancora organizzato, riducendolo a un ‘movimento di idee senza idee’. Giorgia Meloni osserva e sorride. E gongolerebbe ancor di più se spingesse per un voto anticipato; oggi il fiume della sinistra è in secca, indipendentemente dal referendum sulla giustizia. Perché nel 2027 il rischio di una piena c’è: l’ennesima campagna basata sull’“anti-qualcosa” (anticapitalismo, antirazzismo, antifascismo, indipendenza dei PM). È il sogno – o l’incubo – di Schlein, che voleva rifondare la sinistra. Per ora c’è riuscita: l’ha resa irrilevante.

Luigi Bisignani per Il Tempo 2 novembre 2025

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