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Il Pd è il partito del potere senza consenso

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C’è qualcosa di inafferrabile eppure di profondo nel comportamento politico del Pd, da molti anni. Tecnicamente la sinistra italiana non vince un’elezione politica dal 2006, ormai da 15 anni. Ciononostante, da quando nel 2011 riuscì a disarcionare il governo Berlusconi (tra uso politico dello spread e pressioni internazionali indimenticabili), il Pd è sempre rimasto al governo o comunque saldamente in maggioranza parlamentare, sia pure con formule sempre diverse e cangianti, con l’unica eccezione dell’anno dell’esecutivo gialloverde.

È come se il Pd si fosse abituato, anzi si fosse modellato e forgiato sull’idea del potere senza consenso, del potere necessariamente scollegato dal consenso, del potere che deve perfino diffidare del consenso. Curiosa nemesi per un partito che porta nel nome l’aggettivo “democratico”: e che invece, nella pratica politica, sembra preferire la separazione del “kratos” dal “demos”, come se il primo – il potere – dovesse quasi essere preservato dalla contaminazione con il popolo.

Qualche anno fa, con magistrale ironia, Charles Moore, leggendaria firma del Telegraph e dello Spectator e biografo ufficiale di Margaret Thatcher, coniò una definizione memorabile per i “Brussels guys”, per gli uomini della burocrazia Ue. Cito a memoria: “Una classe di persone altamente istruite che hanno trovato la formula segreta per restare al potere senza le noie e la fatica di sottoporsi alle elezioni, al controllo democratico, alle domande dei contribuenti”.

Ecco, è come se questa abitudine e attitudine europea si fossero trasferite e sedimentate nel corpo del Pd italiano, che oggi si sente investito della missione di governare a prescindere da ogni altra considerazione (elettori, consenso, rapporto con il paese reale).

Non è mio compito dare suggerimenti alla sinistra italiana, che sa benissimo sbagliare da sola. Ma, in un tempo realisticamente breve, questo stato di cose rischia di diventare (per loro stessi) insostenibile: certo, avranno al loro interno una cinquantina di permanenti aspiranti ministri e una mezza dozzina abbondante di aspiranti inquilini del Quirinale, ma a fronte di un seguito popolare inevitabilmente destinato a prosciugarsi. E a quel punto cosa resterà? Facile prevederlo: un aggravarsi della tendenza attuale, un accentuarsi di un ruolo da “viceré” italiani di “re” stranieri. Un destino che la penisola italiana ha già conosciuto diversi secoli fa, non certo in coincidenza con stagioni di gloria e autonomia.