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Il piano di Letta: “14esima per tutti”. È la metastasi dello statalismo

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Come ampiamente riportato dalla stampa nazionale, Enrico Letta ho proposto di far ottenere a tutti i lavoratori italiani una sorta di quattordicesima mensilità. Questo ennesimo “miracolo” dei pani e dei pesci del terzo millennio, secondo il segretario del Pd, dovrebbe essere finanziato attraverso un congruo taglio del famigerato cuneo fiscale; mentre l’inevitabile buco nei conti pubblici verrebbe coperto in parte tassando gli extraprofitti delle imprese energetiche e il resto con una quota rilevante dell’extragettito dell’Iva.

Manovra elettorale

Di fatto si tratterebbe dell’ennesima manovra elettoralistica che determina, con un taglio strutturale del cuneo fiscale, un aggravio corrente nel bilancio pubblico, ma mettendo a copertura entrate straordinarie la cui durata è tutta una incognita. In sostanza, ci troviamo di fronte ad una delle tante manifestazioni di ciò che già nel lontano 1993 il compianto Antonio Martino definiva democrazia acquisitiva, cioè la propensione del ceto politico a comprarsi il consenso attraverso misure di redistribuzione legittimamente approvate dal Parlamento.

Le ragioni di Antonio Martino

Così, infatti, il prestigioso economista si espresse il 9 ottobre di quell’anno nel corso di una convention romana che si tenne all’Hotel Ergife: “Sono convinto che la causa vera, unica dei nostri problemi è costituita dall’abbandono delle regole di una società liberale e dall’adozione su larga scala ed in misura crescente dei vizi della democrazia acquisitiva. In una società liberale, dove l’ambito dell’azione pubblica è rigorosamente delimitato e circoscritto e dove massimo è lo spazio offerto alle iniziative individuali, private, volontarie, il consenso popolare è lo strumento per la realizzazione di alcuni grandi progetti di interesse generale. La democrazia acquisitiva ribalta questo concetto, il consenso diventa il fine dell’attività politica, la spesa pubblica lo strumento per la sua acquisizione. La democrazia acquisitiva finisce così per porre in essere una ridistribuzione massiccia di potere e di reddito a favore del settore politico ed a danno della società spontanea. Lo statalismo si diffonde come una metastasi, invadendo tutti gli aspetti della nostra vita.”

Parole estremamente significative che, oggi quasi più di ieri, risultano di grande attualità e importanza. Anche perché, a seguito della lunga ubriacatura virale, ancora perdurante, i temi sempre scomodi della disciplina di bilancio e della sostenibilità del nostro colossale debito pubblico -ovvero la capacità di onorarne gli interessi in un tempo indefinito – sono letteralmente scomparsi dal dibattito pubblico, incoraggiando i campioni dell’altruismo politico come Letta (per lo stesso Martino gli altruisti in questo campo sono coloro i quali vorrebbero fare del bene con i quattrini degli altri) a promettere ulteriori benefici di chiaro sapore elettorale.

Faciloneria grillo-piddina

Nello specifico della questione infinita del taglio del cuneo fiscale, poi, la problematica è assai complessa e non risolvibile con quella medesima faciloneria grillina che pare aver contagiato anche il leader Dem. In soldoni, il costo del nostro welfare prima del Covid costituiva circa il 45% dell’intera spesa pubblica. Le pensioni, con circa il 17% del Pil – contro il 12% della media europea -, ne assorbivano la parte più consistente. Pertanto, anche in considerazione che l’Italia ha uno dei più bassi tassi di occupazione d’Europa, già da qui si capisce che senza interventi strutturali che contengano la spesa corrente l’idea di abbattere il cuneo fiscale a costo zero è paragonabile a quella di far sparire il coronavirus con le mascherine e il distanziamento.

Ma dato che oramai molti italiani sembrano propensi a credere di tutto, come dimostra l’inverosimile parabola politica del Movimento 5 Stelle, non mi stupirei se qualche milione di sprovveduti ritenesse praticabile l’irrealizzabile proposta di Letta.

Claudio Romiti, 6 luglio 2022