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Il poker di Putin e il bluff della Germania

Mosca ha calcolato la posta in gioco analizzando le divisioni nella politica europea, a differenza delle mosse di Berlino

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di Davide D’Aloiso

In queste ultime ore si è detto e scritto: Putin non stava bluffando. E questo perché ha riconosciuto ai separatisti la sovranità delle repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. Bene, proviamo allora a ribaltare il punto di vista, partendo dai fatti.

Oltre 150 mila truppe ammassate lungo tutto confine con l’Ucraina, carri armati, tattiche e strumentazioni radio con tanto di esercitazioni delle “forze nucleari” sotto la supervisione del presidente Putin e il fedele omologo bielorusso Lukašėnka. Questo immenso arsenale ha forse sparato un solo colpo vero l’Ucraina? No. O almeno, non ancora. È vero: in Donbass si combatte, ma succede ogni giorno dal 2014. Esercito ucraino contro separatisti.

Mosca, formalmente, mette i piedi, anzi i cingoli, in quei territori solo nella notte tra lunedì e martedì dopo la firma dell’accordo. E, vale la pena sottolinearlo, senza sparare. Anzi, dice il Cremlino: con una missione di peacekeeping. Altro che danno, siamo ben oltre la beffa.

La Russia non ha invaso l’Ucraina come gli Usa avevano previsto con tanto di data e modalità d’attacco. Ha violato il diritto internazionale, ma non ha esploso un colpo. Ha firmato il riconoscimento dei due territori russofoni mentre una parte dei cittadini di quelle province festeggiava con brindisi e fuori d’artificio.

Come ha agito Putin? Lo Zar, forte della cassa di risonanza americana che ogni giorno minacciava imminenti azioni militari russe, ha fatto credere ad una possibile invasione su larga scala dell’Ucraina. Ha dispiegato truppe lungo tutto il confine dal Donbass fino a Bryansk. Ma l’obiettivo di Mosca era quello di mettere le mani sui territori contesi e bloccare quella che definisce l’espansione della Nato a Est. Eccolo il bluff, o meglio la strategia che ha permesso alla Russia di sparigliare le carte della diplomazia impantanata da anni su quel fronte dell’Europa.

Se l’avesse fatto senza la minaccia di un’invasione in stile Seconda guerra mondiale, oggi la posizione russa sarebbe pericolosamente sbilanciata. Invece, pur violando le norme del diritto internazionale, ha ancora le spalle protette dalla minaccia di un escalation militare, di un arsenale ancora in posizione d’attacco, che impone alla controparte di sedersi comunque al tavolo delle trattative. Se non altro per limitare i danni, cioè far si che i carri armati di Putin non oltrepassino anche quei territori.