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Il segno di una resa invincibile

L’amore, un perenne fidanzamento tra tradimento e godimento in Pino Oliva

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Chi crede di essere stato risparmiato dall’aver amato, sa anche in fondo di aver con i baci soltanto giocato. Non è un ritornello ma una costante, o forse una delle constatazioni che ritroviamo, dopo vissute, nella scrittura del primo libro dell’Ars Amatoria di Ovidio.

La duttilità con cui si slaccia ogni nodo erotico nel quotidiano umano non è sempre così facilmente esprimibile nel processo di comunicazione verbale, nella stessa maniera, o più complicata, in quello visuale. Della inscindibile meiosi che genera l’eros nella dimensione psicofisica e mentale dell’uomo, un tentativo ben riuscito nell’ avvicinarne la rappresentazione fu prima quello di Catullo, che nel terzo carme del primo libro scrive:

Passero, delizia della mia ragazza,

Che ci gioca, e lo tiene in grembo,

Gli concede la punta del dito

E sta a provocare i morsetti

Acuti, quando il mio fulgido amore

È in vena di scherzi che diano

Conforto al suo dolore,

Credo, riposo alla dura passione –

Potessi anch’io giocare con te come lei,

E alleviare le tristi angosce dell’animo.

(Trad. Guido Paduano)

Il passero che provoca con acuti morsetti la ragazza mentre lei sta godendo di una delizia intermittente che solo il gioco fugace può offrirle, è una delle numerose prosopopee che Catullo usa per tradire al suo lettore la perversità morbosa dell’eros come desiderio insufficiente del piacere. La dialettica tensione che sospende i nervi dell’attrazione all’interno della casualità del destino, sarà poi proprio il dilemma che Virgilio esprime con la resa di Didone verso Enea nel celebre libro quarto virgiliano:

Non ti trattiene il nostro amore, né la tua

Mano destra concessa un tempo

Nè Didone destinata a morire di morte

Crudele?

Dunque fuggi me? Io per queste lacrime

E per la tua destra

Dal momento che nient’altro

Ho serbato a me misera,

Per la nostra unione, per le nozze

Appena iniziate,

se mai ho meritato qualcosa di buono

Da te, o hai avuto qualcosa di gradito

Da me, abbi pietà di questa casa

Che crolla, ti prego…

(Trad. R. Calzecchi Onesti)

L’anima di Didone è fratta, frantumata dal paradosso della fiducia, prima concessa e poi negata. È trafitta Didone dalla lancia del tradimento di Enea, che si era promesso a lei in fede come futuro marito e coniuge, e che adesso rivestito di una cinica armatura, scioglie improvvisamente ogni vincolo, ogni ricordo della loro unione, arrivando a instillare nel cuore di Didone persino il dubbio sulla virtù positiva del suo amore. A questa dilatazione della passione disattesa dall’eroe troiano l’unica soluzione in cui la dignità femminile e regale trova ragione giunge ad essere, anche qui con una certa misura di disillusione morale, la pietà.

Ciò che per Virgilio implica la pietas è dissimile dal nostro senso di pietà a matrice cristiana, volendo più un suo legame semantico stretto a un senso di “compromissione privata” che poco spazio ha trovato nella storia dell’arte anche contemporanea circa il tratteggio estetico delle emozioni. Marc Chagall fu uno di quelli che avviò nella seconda metà del Novecento la strada dell’arte a viatico mistico della conoscenza umana, annettendo ad essa le manifestazioni psicologiche dell’animo. Su questa scia il solco si fa più pesante con il pennello diacronico di Pino Oliva. La visione primordiale delle rocce di Matera, sua città natale in cui attualmente vive, imprime l’arcana volumetria ai suoi idilli geometrici, che rimandano sempiterna all’occhio umano la dicotomia del desiderio.

La scala cromatica montata sul palcoscenico premevo del rosso arcaico, del blu oceano e del giallo indiano, è la spinta demiurgica a una composizione che esula dallo schema iconografico tradizionale, ma anche anzi, tende a coniare attraverso la riproposizione di cartoni e di disegni neo-rinascimentali a fissare nuove forme iconologiche nella nostra attualità. Composizione che, nel suo alone di iniziazione misterica di cui avremmo ciascuno bisogno per ascendere quella scala dell’idea,  la pittura di Oliva disvela in un’opera come Il segno di una resa invincibile (acquerello su carta, 21×30 cm, 2024).

Un uomo, lo vediamo sospeso come quasi tutti i soggetti di Oliva in un limbo a metà tra Inferno e Paradiso, è immerso in una tempesta di angosce sanguigne e di frigide speranze impassibili, mentre la sua carnagione divina è essa stessa cagione di iliadica sacra bellezza. La scintillante audacia con cui sembra estrarsi la lancia dal petto sanguinante che si erge renitente sul paesaggio verginale delle palme, è la condizione che lo ha dedotto al presente da una vita intarsiata dalla cornice continua del tradimento ideale e del godimento sensuale. La pittura di Oliva è una promessa fidanzata alla caducità della morte, ma al tempo stesso compiaciuta dell’affermazione titanica di lottarla.

Dal sangue che si aduna a gocce dallo sterno si effonde solo amore. Il braccio pendente è la stasi di un topos classico che ritroviamo nel sarcofago pompeiano di Meleagro e che rintracciamo secoli dopo nella morte sfidata di Marat. L’eroe ha amato, ma il suo cuore è sacrificato a tradire la mente. Il fidanzamento col fato si è rotto e il piacere subentra all’occhio di chi si allontana fingendosi uomo creatore. L’amore vero è per Oliva il tradimento del perpetuo godimento.

Mauro Di Ruvo, 29 giugno 2025

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