Politica

Il vero miracolo 5 Stelle: moltiplicare il debito

Ancora una volta la retorica grillina si è andata a scontrare con la realtà dei conti pubblici

Bonus 110% m5s conte
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Il Superbonus 110% è stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle, sbandierato da Giuseppe Conte come un prodigioso “moltiplicatore del PIL”. Oggi però i rilievi della Corte dei Conti e del Mef ne mostrano impietosamente il rovescio, svelando una misura che ha sì innescato una fiammata nell’edilizia, ma al prezzo di un enorme squilibrio finanziario e sociale. La Corte dei Conti ha certificato come il Superbonus abbia inciso pesantemente sull’indebitamento dello Stato, contribuendo a portare il rapporto debito/PIL al 135%. Un dato che contraddice clamorosamente la narrativa ottimistica del M5s, che ha sempre sottaciuto i costi collaterali di lungo periodo.

Inoltre, si è rivelata la scarsa efficienza allocativa e la discutibile giustizia distributiva, essendo stato interessato dall’incentivo solo il 5% del patrimonio edilizio, con un evidente vantaggio per i proprietari di immobili di pregio che disponevano già della liquidità necessaria a sostenere i lavori. In pratica, una gigantesca redistribuzione a favore di chi aveva più patrimonio, pagata dall’intera collettività.

Dietro lo slogan del “gratuitamente tutti possono ristrutturare casa”, si è celata una politica che ha finito per favorire chi già disponeva di patrimoni immobiliari e liquidità, mentre il costo è stato spalmato indiscriminatamente sulla collettività, inclusi i contribuenti meno abbienti e le future generazioni che erediteranno un debito aggravato. Secondo il Mef, il 38% degli interventi sarebbe stato comunque effettuato anche in assenza del Superbonus, segno che in molti casi il bonus ha semplicemente sostituito investimenti già pianificati. Risultato: un 25% della spesa pubblica erogata viene considerato inefficiente, un vero e proprio spreco rispetto all’obiettivo di stimolo addizionale.

La Ripartenza

Così come non vanno sottovalutati gli effetti distorsivi sul mercato edilizio: il meccanismo della cessione libera dei crediti, concepito inizialmente senza adeguati controlli, ha drogato la domanda, facendo esplodere i prezzi di materiali e manodopera. Oggi il settore paga il contraccolpo: con la fine dell’incentivo, i costi restano elevati ma la domanda ordinaria è crollata, alimentando una pericolosa stagnazione. Il M5s ha venduto il Superbonus come misura “popolare e democratica”, nella solita logica dell’“uno vale uno” traslata in economia. Ma la gestione approssimativa e priva di rigorosi criteri qualitativi ha dimostrato come la politica economica richieda ben altro: occorrono regole, selettività e una visione di lungo termine, non slogan redditizi alle urne.

In sintesi, i benefici sul PIL e sull’occupazione nell’edilizia non possono oscurare costi sproporzionati, rischi di frodi e oneri futuri sul debito. Il Superbonus resta un classico esempio di “cura espansiva” priva di salvaguardie, destinata a lasciare cicatrici pesanti sui bilanci pubblici. Una lezione che dovrebbe insegnare ai 5 Stelle — e a tutta la politica — che la gestione della cosa pubblica non si improvvisa con la retorica demagogica, ma si costruisce con responsabilità, equilibrio e rispetto per chi verrà dopo di noi.

I Cinque stelle, con Giuseppe Conte in veste di gran sacerdote del “uno vale uno”, hanno celebrato il Superbonus come un miracolo economico, capace di moltiplicare il PIL e sanare ogni male. Peccato che la Corte dei Conti, poco sensibile agli incantesimi pentastellati, abbia smascherato l’inganno: altro che moltiplicatore di ricchezza collettiva, si è rivelato un moltiplicatore del debito, un costosissimo atto di fede a spese dei contribuenti presenti e futuri, e delle illusioni elettorali del M5S.

Andrea Amata, 28 giugno 2025

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