Il virus e quella preoccupante rinuncia alle libertà degli italiani

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Queste che scrivo sono note a futura memoria. Al lettore di oggi appaiono sgradevoli e confido in un ipotetico lettore di domani. L’epidemia da Covid-19 ci ha riportato a toccare gli zoccoli duri della nostra esistenza: la morte e la libertà. Infatti, morte e libertà sono l’una il rovescio dell’altro: si è liberi quando non si ha paura della morte, non si è liberi quando per paura di morire ci si sottomette ad un padrone. La situazione-limite nella quale si trovano gli Italiani è molto simile a questa nota figura hegeliana.

L’ultimo mio libro – Croce ed Einaudi Teoria e pratica del liberalismo –  ruota intorno a questa domanda: lo Stato può entrare nella vita delle persone? Mai avrei immaginato che poco dopo l’uscita del libro mi sarei trovato faccia a faccia con questa domanda diventata realtà e mi sarei ritrovato recluso in casa come in galera o in una tomba dentro un Paese fermo come in una apparente calma cimiteriale. Eppure, è quel che accaduto. Con un particolare importante, però: non è solo lo Stato ad aver chiuso gli Italiani nelle case ma sono gli Italiani che hanno chiesto allo Stato, ossia al governo, di essere chiusi nelle loro abitazioni. La logica non è quella della “religione della libertà” bensì l’altra della “schiavitù volontaria” in cui per conservare la sicurezza relativa si baratta la libertà assoluta. È un calcolo molto miope.

L’ingresso dello Stato nella vita delle persone non è sempre da rifiutare ma ha due limiti precisi: la giustificazione e il tempo. Luigi Einaudi, ad esempio, diceva che bisogna stare attenti a non giustificare l’intervento statale con nobilissimi valori perché in realtà si tratta solo di soddisfare bisogni pratici. In riferimento al nostro caso il bisogno pratico è ben visibile: l’assenza di posti letto negli ospedali. Allora, se questo è il fine, la sospensione delle libertà e degli elementari diritti – movimento, lavoro, proprietà – appare spropositata e anche controproducente perché invece di mantenere calma, razionalità, lucidità e risorse si incentiva il panico che produce fobie, irrazionalità, cecità, sentimentalismi, sospetti, delazioni nella immancabile logica del capro espiatorio.

C’è poi la questione del tempo. Fondamentale. La sospensione della libertà, infatti, inizia sempre come qualcosa di temporaneo per poi diventare definitiva. La lezione che ci viene dalla storia italiana è proprio questa: è illusorio pensare di salvare la vita libera ricorrendo alla sospensione delle libertà costituzionali perché, invece, la vita libera e sicura ha la libertà sempre come mezzo e come fine. Quanto potrà durare la sospensione della libertà senza pagare un prezzo troppo alto in termini produttivi, fiscali, civili, internazionali? Arriverà un momento in cui gli Italiani dovranno uscire dalle loro case per necessità scoprendo che la necessità per la quale si erano reclusi nelle case era o illusoria o inferiore rispetto alla necessità di essere liberi per vivere. C’è, però, un’altra soluzione: la trasformazione del temporaneo in definitivo e della democrazia in dittatura. Si dirà: “Non accadrà perché siamo liberi”. Lo spero. Ma io mi limito a mettere in luce i pericoli reali e i prezzi da pagare che ci sono quando la vita è messa totalmente nelle mani dello Stato.

C’è poi da considerare il caso inglese. Lì il governo ha fatto una scelta diversa: non ha fermato la vita civile e la vita economica pensando di contrastare il morbo in modo diverso, con scelte mirate e senza nascondere la dura realtà delle morti. Le reazioni che ci sono in Italia rispetto alla via inglese sono due: da un lato il rifiuto e dall’altro la rivendicazione della superiorità morale della scelta italiana. Ma mentre il rifiuto può essere, per le cose dette, limitatamente legittimo, la superiorità morale è gratuita giacché la superiorità morale, sempre che esista, è individuale e non ci sono popoli superiori e popoli inferiori.

Il caso inglese, poi, è rivelatore per un altro motivo: mostra come morte, sicurezza e libertà siano tutte relazionate dialetticamente tra loro. Gli inglesi non rinunciano alla libertà per garantirsi sicurezza e immunizzarsi rispetto alla morte e mostrano che l’immunizzazione è impossibile e la sicurezza non esiste senza libertà. Certo, è una scelta dolorosa perché implica la morte. Ma anche nella scelta italiana c’è la morte, solo che non ce lo diciamo con chiarezza e cantiamo sui balconi. Gli inglesi hanno sconfitto Hitler e hanno sempre respinto logiche e culture totalitarie. La storia insegnerà pur qualcosa.

La vita umana ha una sua natura tragica non superabile. L’epidemia ci mette davanti a scelte drammatiche e nessuno – nessuno – ha in mano la scelta giusta buona per tutti. Ma se questo è vero, allora, è evidente che non si può rinunciare alla libertà da cui dipendono proprio le scelte. Come non si sradica la tragicità, così non si eradicano i morbi. L’umanità non vivrà mai in una condizione edenica o di beatitudine: questo è il sogno dell’edonismo che è alla base delle forme totalitarie e immunitarie dell’esistenza. Quanti sono i morbi che abbiamo incontrato, facendo un calcolo limitato, dagli anni Settanta ad oggi? Hiv, epatite C, legionella, Marburg, Sars, Aviaria, Ebola, Bse, febbre di Lassa e i ritorni di colera, peste, ma l’elenco è incompleto. Dunque?

La vita umana non è senza virus, non è senza infezioni. Il Coronavirus non è né il primo, né l’ultimo, né il peggiore: è solo il primo nell’epoca dei social e della comunicazione universale. Forse, il problema è proprio qui. Per sconfiggere virus e epidemie, che ritorneranno sempre, abbiamo bisogno di intelligenza scientifica e intelligenza politica. Ma l’intelligenza si sviluppa nella libertà e nella collaborazione degli uomini che con il necessario lavoro affrontano dignitosamente la tragedia che incarnano.

Giancristiano Desiderio, 17 marzo 2020

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