La cosa più sorprendente, in questa storia, non è nemmeno l’attentato a Donald Trump. Non è la drammaticità delle immagini, non è il clima incandescente della campagna americana, non è neppure l’ennesima dimostrazione che gli Stati Uniti stanno vivendo una stagione di tensione politica senza precedenti. No. La vera notizia, per noi italiani, è un’altra: il Corriere della Sera sembra aver preso sul serio il complottone.
Sì, avete capito bene. Il principale quotidiano italiano, nel suo spazio più autorevole, nel fondo di Massimo Gaggi che dovrebbe offrire analisi e lucidità, dedica le prime venti righe non ai fatti, non alle responsabilità, non alle falle della sicurezza, ma all’ipotesi che tutto possa essere stato costruito a tavolino per rafforzare Trump. Una messinscena. Un teatrino. Una regia occulta. Nulla di concreto, sia chiaro. Nessuna prova. Nessun elemento decisivo. Solo il fascino irresistibile del sospetto. Ed è curioso osservare come funzioni il meccanismo. Quando il complotto riguarda temi sgraditi a certi ambienti culturali, allora bisogna indignarsi, bollare tutto come fake news, ridicolizzare chi osa porre domande. Quando invece il bersaglio è Trump, improvvisamente il complottismo diventa una suggestione legittima, un’ipotesi da maneggiare con serietà, quasi con rispetto.
Le argomentazioni, poi, sono da antologia del genere. Si cita il portavoce della Casa Bianca che avrebbe detto che il discorso di Trump sarebbe stato pieno di “shots”. Shots, in inglese, può voler dire spari, certo, ma anche colpi in senso figurato, bordate, attacchi verbali. E comunque immaginiamo la scena: si organizza il complotto del secolo e poi lo si lascia trapelare con un gioco di parole della portavoce. Una tesi che non sta in piedi nemmeno per cinque minuti. Poi c’è la questione dei metal detector mancanti, o presunti tali. Poi ancora la leggenda del salvataggio prioritario di JD Vance rispetto a Trump. Peccato che diverse ricostruzioni, compresa quella del Wall Street Journal, abbiano già smentito questa versione. Ma poco importa. Il complotto vive di dettagli confusi, di fotogrammi decontestualizzati, di mezze frasi. Non ha bisogno di prove: gli basta insinuarsi.
Ed è qui il punto politico e culturale della vicenda. Trump suscita un tale livello di ostilità che qualsiasi teoria, purché lo danneggi, diventa spendibile. Se gli sparano, forse se l’è organizzata. Se sopravvive, forse ne trae vantaggio. Se cresce nei sondaggi, allora ci dev’essere dietro qualcosa. È il riflesso condizionato di chi non riesce ad accettare che milioni di persone lo votino per convinzione e non per manipolazione. Il risultato è paradossale. Mentre molti giornali internazionali liquidano queste fantasie per quello che sono, cioè fantasie, una parte dell’establishment mediatico italiano le rilancia con tono serio. Il Corriere, che dovrebbe distinguere i fatti dalle suggestioni, finisce per dare cittadinanza a una narrazione che altrove viene trattata con il sorriso amaro riservato alle sciocchezze.
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Naturalmente nessuno pretende santini di Trump. Si può criticarlo su tutto: economia, toni, politica estera, stile personale. Ma una cosa è il dissenso, altra cosa è il bisogno compulsivo di trasformare ogni evento in una trama oscura pur di non riconoscere la realtà. E la realtà, spesso, è molto più semplice dei complotti: qualcuno ha tentato di colpire un candidato presidente, i servizi di sicurezza dovranno spiegare errori gravissimi, il Paese è spaccato e il livello dello scontro si alza. Tutto il resto è narrativa per chi preferisce il romanzo ai fatti. Il problema è che quando il giornalismo insegue il pregiudizio, smette di fare il giornalismo. E quando anche i giornali più importanti cedono al richiamo del complottone, allora sì che c’è da preoccuparsi.
Franco Lodige, 27 aprile 2026
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