Cronaca

Io non ci sto: non può indignarci così tanto una scritta al cesso

La "lista degli stupri" dalle piastrelle di una scuola romana alla prima pagina: il solito teatrino dell’indignazione progressista

lista stuppri
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Che il giornalismo sia ormai alla frutta è testimoniato, se ce ne fosse ancora bisogno, da – absit iniuria verbisun cesso pubblico. Quello del liceo romano “Giulio Cesare”. Hanno trovato graffita la scritta “stupri” seguita da un elenco di studentesse. Apriti cielo. Anzi, data la location, apriti fogna. Restando in tema (siamo in una scuola), come mosche sulla cacca (siamo in una latrina) ecco precipitarsi i cacciatori di “notizie”. Sì, perché ormai dipende dalle mode: adesso la vogue è il “patriarcato”, sennò una scritta da parete di cesso non avrebbe varcato la linea delle piastrelle.

Et voilà: orrore! Patriarchi fascisti etero! E giù con la preside che minaccia severi provvedimenti, ecco l’arrivo del Tenente Colombo a indagare, ecco il ministro quasi in lacrime che par non sappia come scusarsi. Totò avrebbe esclamato: “Ma mi faccia il piacere!”. Ma Totò era un signore, questi sono tutti dei pisciasotto che hanno paura di chi grida di più. Cioè, delle boldrinate. Cioè, hanno paura di parole, perché la sinistra domina con i suoi slogan. Che sono parole. Così i suoi antenati volterriani, diderotiani, maratiani e robespierriani prepararono la loro presa del potere con Terrore annesso: a forza di parole, dette e scritte. Ma torniamo al cesso romano, tanto per non perdere il filo. Basterebbe chiedere a chi si straccia le vesti (abitudine mutuata dai biblici farisei, non a caso): ma avete mai avuto sedici anni? Siete mai stati a scuola? E, se sì, non avete mai usufruito dei servizi igienici statali? Nell’attesa della liberazione fisica non avete mai guardato i graffiti che vi circondavano? Non avete mai aggiunto i vostri?

Dedicai un intero capitolo del mio libro “L’ombra sinistra della scuola” (Piemme, riedito da Chorabooks) alle scritte sui muri dei cessi scolastici, dopo aver rilevato che quelli dei maschi erano a tema unico: sesso, intervallato da qualche citazione rock. Quelli delle femmine, invece, variavano, con molti colori e cuoricini, da un “Max, t.v.b.” a “Max è mio, zoccola!”. E via così. Quando insegnavo, infatti, ogni tanto facevo un giro da quelle parti, perché sapevo bene che, come disse qualcuno, “sulle pareti dei cessi pubblici c’è l’anima di un popolo”. Da militare, poi, dato l’ambiente – allora- esclusivamente maschile, indovinate che cosa c’era sui muri della “ritirata” (così si chiamava, anche sui treni). Scritte & disegni. Trivialità e simboli fallici. Ora, chiedo scusa se dovrò ancora citarmi, ma è per dimostrare la mia competenza in materia. Nel mio libro “Il quadrato magico” (Bur) riportai campioni di scritte rinvenute negli scavi di Pompei, scritte, per forza di cose, anteriori al 79 d.C. E non solo nelle latrine ma dovunque. “Verpa” dominava alla grande (è latino, andate a cercare sul traduttore Google che cosa significa). Una addirittura in sala da pranzo: “Ipsa in triclinium cacat ”.

Insomma, abitudine vecchia come il mondo, perciò montare un caso sulla lista delle ragazze appetibili del liceo sovrastata da un “stupri” che potrebbe benissimo voler dire “queste me le farei” è tipico di una stampa dominata dal sinistro-pensiero. Che, pour cause, filtra il moscerino e ingoia il cammello (v. farisei). Infatti, il minimizzare perché “so’ regazzi!” va bene per quelli che mandano i poliziotti all’ospedale (tra gli assaltatori de “La Stampa” c’era il sedicenne che già a suo tempo la polizia aveva dovuto ammanettare, con grande scandalo dei soliti: preside, genitori, intellò e compagnia piagnucolosa). È invece “allarme fascismo patriarcale” se i sedicenni sono di un liceo romano in odore di destra… In Sicilia si dice: Cu è chiù fissa, Cannalivaru o cu ci va appressu? Traduco: “Chi è più scemo, Carnevale o chi gli va dietro?”. Quest’ultimo è, anche, chi ogni volta “esprime solidarietà” a coloro che si guardano bene dal ricambiarla.

Rino Cammilleri, 2 dicembre 2025

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