Cultura

Shock per la “lista stupri” al liceo Giulio Cesare di Roma

La scritta apparsa nei bagni appena due giorni dopo il 25 novembre, la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Un gesto che interroga scuola, famiglie, politica

liceo Giulio Cesare (Skytg24)
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È difficile trovare parole che non suonino già consumate davanti all’orrore comparso nei bagni del Liceo Giulio Cesare a Roma: una lista stupri, tracciata in rosso, seguita dai nomi di dieci studentesse.

Un gesto che ha dell’incredibile, e che pure restituisce con precisione chirurgica ciò che da anni facciamo finta di non vedere: la cultura della violenza non solo resiste, ma cresce, si rafforza, si riproduce. E trova spazio proprio dove dovrebbe essere impossibile trovarla: dentro una scuola.

Il fatto

La scritta appare appena due giorni dopo il 25 novembre, la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Due giorni dopo le cerimonie, i fiocchi, i post indignati, le promesse rituali. Due giorni dopo una retorica che dura un attimo.

E mentre il Paese si compiaceva della sua coscienza pulita, su un muro di un bagno scolastico qualcuno metteva in scena la realtà nuda: l’idea della donna-oggetto è viva, diffusa, interiorizzata. E soprattutto non ha paura di mostrarsi.

Non è un lampo isolato. Solo un anno fa, nello stesso istituto, cartelloni del 25 novembre erano stati strappati, bruciati, gettati nei bagni. Pochi giorni fa, fogli di una raccolta firme contro la violenza di genere sono stati distrutti. Cori sessisti hanno accompagnato iniziative di sensibilizzazione. Episodi che, messi in fila, compongono il quadro di un ambiente in cui la violenza simbolica non è un’anomalia, ma un segnale sistematico. Una cultura che non si limita a fare male: educa, modella, normalizza.

E mentre gli adulti si interrogano, sono stati ancora una volta gli studenti – il collettivo Zero Alibi – a denunciare. Sono loro a dire ciò che molti preferiscono tacere: che un muro può essere ripulito, ma la cultura che lo ha generato resta. Che usare la violenza sessuale come arma, come minaccia o scherno, significa essere parte attiva di quella stessa cultura che ogni giorno ferisce, umilia e uccide.

Le complicità

E che nessuno ha il diritto di voltarsi dall’altra parte, perché l’indifferenza è complicità. Complicità della scuola, quando riduce tutto a “ottusi vandalismi” e tratta episodi gravi come disturbi passeggeri. Complicità della politica, che di fronte all’ennesima dimostrazione di violenza culturale si rifugia nei comunicati, negli appelli alla severità, nelle frasi preconfezionate che non spostano nulla.

Complicità delle famiglie, che spesso educano a tutto tranne che al rispetto, che difendono i figli a priori, che non accettano l’idea di dover mettere in discussione i modelli trasmessi dentro casa. Non basta più dire che i ragazzi “non capiscono” la gravità delle loro azioni. La verità è che la capiscono fin troppo bene, e lo fanno perché nessuno li ha costretti a considerare quelle idee inaccettabili.

Questa non è ignoranza: è cultura. È apprendimento. È un codice condiviso che non nasce improvvisamente a sedici anni. Nasce prima: nella famiglia, nelle conversazioni quotidiane, nei social, nei silenzi degli adulti, nella politica che rifiuta da anni di assumersi la responsabilità di intervenire davvero.

Fallimento educativo

La scuola da sola non può invertire questa deriva, ma non può più permettersi di ignorarla. Non bastano i comunicati, non bastano le giornate di sensibilizzazione, non basta cancellare una scritta per illudersi che il problema sia risolto.

Serve riconoscere che quando episodi simili si ripetono, significa che c’è un fallimento educativo profondo e concreto. E serve, allo stesso tempo, che la politica smetta di usare parole come “sconcerto” e inizi ad agire con strumenti reali, continui, strutturali. Non pannicelli caldi, ma protocolli obbligatori, figure permanenti nelle scuole, responsabilità chiare, percorsi seri per intervenire dove il danno si genera.

La famiglia

E serve anche un’assunzione di responsabilità da parte delle famiglie. Perché un ragazzo che arriva a scrivere una lista di stupri non è cresciuto nel vuoto. Ha respirato un clima in cui la ragazza può essere ridotta a nome, a corpo, a bersaglio. Ha imparato, osservando, che la misoginia non ha conseguenze. Ha percepito che le parole possono ferire senza che nessuno intervenga. E questa è una responsabilità collettiva che non si può più eludere.

L’indignazione non basta

Anche l’associazione Giornaliste Italiane ha espresso indignazione e preoccupazione per questi reati, da sempre impegnate al contrasto della violenza di genere in ogni ambito. 

Siamo in un’epoca in cui i femminicidi sono diventati una prassi tragica e frequente. Pensare che la violenza inizi solo quando è troppo tardi è l’errore che ci condanna a ripeterla. La violenza inizia qui: nelle liste sui muri, nelle risate nelle chat, nelle parole non dette, nelle minimizzazioni rassicuranti, nei silenzi che tutto assolvono.

Questa volta non basta indignarsi. Non basta “prendere le distanze”. Non basta puntare il dito contro quattro ragazzi e continuare come se nulla fosse. Questa volta dobbiamo guardare più in profondità, perché la domanda non è chi ha scritto quei nomi, ma come sia possibile che qualcuno abbia pensato che fosse normale farlo.

La verità è che non possiamo più sottrarci. Non la scuola. Non la politica. Non le famiglie. Non la società intera. La lista sul muro del Giulio Cesare non è solo un atto di violenza: è un atto di accusa. Contro tutti noi.

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