La guerra scatenata dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran — iniziato sabato 28 febbraio dopo settimane di tensione — entra nel terzo giorno e si allarga oltre i confini iraniani, trascinando nel vortice anche Libano, Paesi del Golfo e snodi strategici come lo Stretto di Hormuz. Sul terreno, il bilancio umano e la pressione sulle infrastrutture civili crescono di ora in ora, mentre la diplomazia appare paralizzata e l’Europa prende atto di una crisi che ormai impatta direttamente anche su trasporti, energia e sicurezza.
Il bilancio in Iran e la battaglia delle versioni sul nucleare
La Mezzaluna Rossa iraniana riferisce 555 morti dall’inizio dei raid, con 131 distretti urbani colpiti. In parallelo, da Teheran arriva la denuncia di un attacco di Usa e Israele all’impianto nucleare di Natanz: accusa presentata in sede Aiea dal rappresentante della Repubblica islamica. Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha tuttavia affermato che l’Onu non ha indicazioni che gli impianti nucleari siano stati danneggiati o presi di mira, pur definendo la situazione “molto preoccupante” e richiamando il rischio — in generale — di un possibile rilascio radiologico con conseguenze gravi.
Teheran: Internet quasi azzerato e promessa di una nuova Guida Suprema
A complicare ulteriormente il quadro, l’Iran risulta colpito da un blackout di Internet “pressoché totale” da 48 ore, secondo l’organizzazione che monitora la connettività NetBlocks. Sul piano politico interno, dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei (Teheran ne ha dato conferma ufficiale), le autorità iraniane affermano che la nomina della nuova Guida della teocrazia avverrà entro 1-2 giorni. Nelle strade della capitale e nella diaspora, intanto, si registrano reazioni opposte: tra chi invoca la fine della Repubblica islamica e chi si stringe attorno all’apparato. Resta fitto anche il “giallo” su Mahmoud Ahmadinejad: prima la notizia della sua morte nel primo attacco, poi la smentita dell’ufficio dell’ex presidente.
La rappresaglia
La risposta iraniana continua su più direttrici. Le Guardie Rivoluzionarie rivendicano attacchi missilistici — con missili balistici Kheibar — contro obiettivi indicati come governativi e di sicurezza tra Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme Est. Le forze armate iraniane dichiarano inoltre di aver preso di mira la base aerea statunitense di Ali Al Salem in Kuwait con 15 missili da crociera, e di aver colpito anche “navi nemiche” nell’Oceano Indiano settentrionale.
Nel Golfo si alza l’allerta: in Bahrein viene segnalato un morto e due feriti gravi dopo che detriti di un missile intercettato avrebbero provocato un incendio su una “nave straniera” nella città industriale di Salman; nella stessa area è ospitata una base della Marina Usa già oggetto di attacchi. A Kuwait City è stata osservata una colonna di fumo vicino all’ambasciata statunitense. E negli Emirati e in Qatar, i reporter riferiscono esplosioni percepite tra Dubai, Abu Dhabi e Doha, con sirene antiaeree attive anche in Bahrein.
Kuwait: jet americani schiantati, piloti illesi
Sul fronte militare, il ministero della Difesa kuwaitiano segnala che diversi aerei da guerra Usa si sono schiantati nel Paese: i piloti si sono lanciati col paracadute e risultano illesi, sottoposti a controlli ospedalieri. Le cause non sono state chiarite e sono in corso indagini. In precedenza media iraniani avevano sostenuto l’abbattimento di un F-15. Il Ministero della Difesa del Kuwait ha dichiarato che “diversi aerei militari statunitensi si sono schiantati” lunedì e che “tutti i membri dell’equipaggio sono sopravvissuti”. La dichiarazione arriva dopo che alcuni video geolocalizzati dalla CNN hanno mostrato un aereo da caccia schiantarsi in Kuwait e un pilota lanciarsi con il paracadute a terra. Secondo un’analisi della CNN, il video sembrava mostrare un caccia F-15E.
Libano: ritorno di Hezbollah
Il conflitto torna a incendiare anche il fronte settentrionale di Israele. Hezbollah rivendica il lancio di razzi e droni su Israele come ritorsione per l’uccisione di Khamenei; Israele risponde con una “prima ampia ondata” di raid su Beirut e sul sud del Libano, dichiarando di aver colpito funzionari, quartier generali e infrastrutture del gruppo. Il bilancio a Beirut sale ad almeno 31 morti secondo le informazioni riportate in mattinata. L’esercito israeliano emette inoltre ordini di evacuazione per decine di villaggi nel sud del Libano, mentre una fonte della sicurezza israeliana indica che l’offensiva potrebbe essere “ampia e completa” e non esclude un’ipotesi di invasione di terra; ufficialmente, tuttavia, Israele fa sapere di non avere “un piano immediato” per una invasione terrestre.
Cipro: drone su base britannica, Ue rinvia riunione
La guerra produce effetti anche nel Mediterraneo orientale. Un drone ha colpito la base britannica di Akrotiri a Cipro, causando danni limitati (tra cui, secondo dichiarazioni britanniche, alla pista). Londra evacua le famiglie del personale non essenziale come misura precauzionale. La presidenza cipriota dell’Ue ha deciso di rinviare il Consiglio Affari Generali informale previsto oggi sull’isola, citando l’incidente e le ripercussioni sui voli. Il presidente cipriota ribadisce che il Paese non intende essere parte di operazioni militari; dalla Commissione europea arriva una dichiarazione di “unità” a tutela degli Stati membri di fronte a minacce.
Francia ed “E3”: difesa del Golfo e “azioni proporzionate”
Sul piano internazionale, la Francia dichiara di essere pronta a partecipare alla difesa dei Paesi del Golfo colpiti da missili e droni, esprimendo solidarietà a Emirati, Arabia Saudita, Qatar, Iraq, Bahrein, Oman, Kuwait e Giordania. Ma Parigi sottolinea anche di non essere stata informata in anticipo dagli Stati Uniti e di non aver partecipato alle operazioni.
In una nota congiunta, Germania, Francia e Regno Unito affermano di essere pronti ad “azioni difensive proporzionate” per colpire la capacità iraniana di lanciare missili e droni.
La linea di Trump
Gli Stati Uniti annunciano, tramite il Comando Centrale, di aver distrutto il quartier generale delle Guardie Rivoluzionarie nel secondo giorno di guerra. A Washington è prevista per oggi (ore 14 in Italia) una conferenza stampa del segretario alla Difesa Pete Hegseth e del capo degli Stati maggiori riuniti Dan Caine, mentre l’amministrazione riferirà al Congresso domani in un briefing classificato con la presenza anche di Rubio e Ratcliffe.
Sul fronte politico, Trump alterna messaggi: da un lato invita gli iraniani a “essere coraggiosi” e minaccia i Pasdaran di deporre le armi “o morire”, dall’altro sostiene di essere stato contattato da qualcuno all’interno del governo iraniano e dichiara di avere “tre ottime scelte” per guidare il Paese. Al tempo stesso, secondo quanto riferito, Trump avrebbe anche affermato che molti dei candidati individuati sarebbero stati eliminati nell’attacco iniziale. Sul tempo di durata dell’operazione, le stime attribuite al presidente oscillano tra scenari brevi e una campagna di settimane: l’ultima previsione parla di almeno quattro settimane.
Hormuz, carburanti e caos nei cieli
La guerra ha già un impatto economico e logistico. Lo stallo di petroliere e navi di Gnl nello Stretto di Hormuz alimenta l’allarme sul petrolio. In avvio di settimana, il Brent segna un balzo fino a +13% in giornata e poi resta in forte rialzo; cresce anche il Wti. In Italia, le rilevazioni indicano un rialzo dei carburanti, con il diesel ai massimi da un anno e l’avvertenza che gli effetti del salto del greggio potrebbero vedersi in modo più pieno “a partire da domani”.
Nei cieli, l’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) sconsiglia alle compagnie di sorvolare a tutte le altitudini un’ampia fascia di Paesi della regione (tra cui Iran, Iraq, Israele, Giordania, Kuwait, Libano, Oman, Qatar, Emirati e Arabia Saudita) per il rischio di abbattimenti. La chiusura degli spazi aerei ha già generato migliaia di cancellazioni e un ingorgo di passeggeri: a Dubai, ad esempio, turisti — tra cui italiani — risultano bloccati su una nave da crociera, in attesa di soluzioni coordinate.
Tra raid, missili e droni, la guerra non resta confinata all’Iran: colpisce capitali e basi, destabilizza il Golfo, riapre il fronte libanese e coinvolge direttamente infrastrutture occidentali fino a Cipro. L’impressione, a fine mattinata del 2 marzo, è quella di una spirale in cui gli obiettivi militari dichiarati convivono con conseguenze crescenti sulla popolazione civile, mentre la comunità internazionale si muove tra solidarietà difensiva e accuse di illegittimità. E con una domanda che domina ogni capitale: quanto ancora può reggere la regione prima che il conflitto diventi, definitivamente, una guerra senza confini.
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