Nella serata di ieri Donald Trump ha annunciato l’estensione “indefinita” del cessate il fuoco con l’Iran, che altrimenti sarebbe scaduto oggi. La decisione è stata presa su richiesta del Pakistan e promossa dall’entourage del tycoon (che invece era più propenso, da quanto filtra, alla linea dura) per consentire a Teheran di formulare una proposta d’accordo, ma arriva mentre i colloqui di pace mediati a Islamabad continuano a non sortire alcun effetto.
Trump sta mantenendo il blocco navale dei porti iraniani, misura che l’Iran considera un atto di guerra. Di contro, il regime iraniano, fortemente influenzato dai Pasdaran, non intende arretrare sul diritto all’arricchimento dell’uranio, obiettivo primario dei negoziati americani.
E così la prosecuzione del conflitto sembra inevitabile, salvo un miracolo diplomatico nei prossimi giorni. Il fil rouge è sempre lo stesso: l’Iran non può avere l’atomica. Per questo motivo il mondo sta guardando una lunga storia di guerra iniziata nel giugno 2025 con gli attacchi congiunti Usa-Israele alle principali installazioni nucleari iraniane (Natanz, Fordow e Isfahan) e che ha affrontato delle parentesi di trattative che però non hanno prodotto alcun risultato tangibile.
Dopotutto i raid dell’anno scorso hanno danneggiato il programma atomico di Teheran, ma non lo hanno eliminato.
Il cessate il fuoco temporaneo, siglato due settimane fa, ha sì fermato le ostilità dirette ma non ha risolto le divergenze di fondo. Gli Stati Uniti, forti della loro posizione negoziale, esigono lo smantellamento completo delle capacità di arricchimento, la consegna delle intere quantità di uranio arricchito e la distruzione dei siti principali. Per Washington, questo punto non è discutibile (e per fortuna).
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La storia del nucleare peraltro non è una frottola campata in aria per giustificare una guerra impopolare sia negli Usa che in Europa. Nonostante i danni dei bombardamenti, l’Iran conserva quasi 500 kg di uranio arricchito fino al 60% e centinaia di kg a livelli inferiori (fino al 20%). Si tratta di materiale che, con un ulteriore arricchimento relativamente semplice, potrebbe essere convertito in uranio utile per le armi atomiche. Chiaramente le agenzie internazionali di monitoraggio, così come le intelligence, non hanno accesso completo alle strutture iraniane e dunque non possono verificare con certezza né le quantità e né tantomeno se l’Iran abbia ripreso attività di arricchimento. Eppure basta sentire come il regime di Teheran rivendichi il diritto a costruire armi atomiche per comprendere le loro intenzioni; questi non si nascondono neanche.
E se anche, come sembra, una consistente parte del governo è disponibile a scendere a patti, i Pasdaran rappresentano il vero ostacolo interno. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica non è solo un apparato militare: domina settori chiave dell’economia e influenza profondamente la politica estera. I comandanti IRGC vedono l’arricchimento come l’unico vero strumento di sopravvivenza del regime. Qualsiasi concessione su questo fronte rischierebbe di indebolire il loro potere, soprattutto in un momento di fratture interne al vertice iraniano.
Una cosa è evidente: visto come entrambi gli schieramenti sono ancorati sulle loro posizioni, l’estensione del cessate il fuoco appare solo come un palliativo. Trump ha definito il regime iraniano in crisi assoluta e ha ribadito che devono essere gli USA a fare da mazziere. Teheran, dal canto suo, accusa gli Stati Uniti di voler imporre il loro volere in maniera dispotica (e in Occidente c’è chi solidarizza con loro).
Senza un compromesso improvviso nelle prossime ore o giorni, il ritorno alle ostilità è lo scenario più probabile. Il Medio Oriente resta sul filo del rasoio: il prezzo del petrolio, già volatile, e la stabilità regionale dipendono da una risoluzione diplomatica che, al momento, sembra tremendamente distante.
Alessandro Bonelli, 22 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


