C’è stato un tempo in cui i grandi marchi dell’industria italiana avevano un’identità precisa. Fiat significava produzione e lavoro. Ferrari evocava passione, velocità, genio meccanico. Maserati rappresentava eleganza sportiva. La Juventus incarnava una cultura sportiva vincente. Repubblica e La Stampa erano centri di influenza culturale e politica.
Oggi, invece, osservando ciò che è diventato il mondo costruito attorno alla galassia Agnelli-Elkann, emerge una sensazione sempre più netta: non siamo davanti a una strategia di rilancio, ma a una lunga e silenziosa operazione di liquidazione.
Non una liquidazione formale, naturalmente. Nessuno chiude davvero i marchi. Nessuno spegne le insegne. Al contrario: i brand restano vivi, continuano a fatturare, vengono valorizzati finanziariamente. Ma nel frattempo perdono progressivamente ciò che li aveva resi unici: identità, radicamento, funzione industriale, riconoscibilità culturale. È questa la vera cifra della gestione Elkann.
John Elkann non ragiona come un industriale novecentesco. Non costruisce sistemi produttivi, non difende filiere nazionali, non sviluppa una visione industriale italiana. Ragiona piuttosto come un gestore globale di asset: ottimizza, razionalizza, aggrega, scorpora, vende. In questa logica, i marchi non sono simboli da custodire, ma strumenti finanziari da valorizzare, alleggerire o cedere al momento opportuno.
La parabola della Fiat è forse il caso più emblematico. Per oltre un secolo è stata il cuore dell’industria italiana. Oggi il marchio sopravvive dentro Stellantis come una componente di un conglomerato multinazionale senza identità nazionale. Le fabbriche italiane vengono progressivamente ridimensionate, la produzione arretra, i centri decisionali si allontanano. La Fiat non è stata chiusa: è stata dissolta lentamente dentro una struttura globale in cui l’Italia pesa sempre meno.
Lo stesso schema si è visto con Magneti Marelli, uno dei gioielli tecnologici italiani nel settore automotive. Venduta. Un patrimonio industriale costruito in decenni trattato come un asset sacrificabile dentro una più ampia operazione finanziaria.
Poi Comau. Una delle eccellenze europee nella robotica e nell’automazione industriale, settore strategico nel mondo dell’intelligenza artificiale e della manifattura avanzata. Invece di diventare il pilastro di una grande politica industriale italiana, è stata progressivamente separata e destinata alla vendita.
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E ancora Iveco, altro storico simbolo dell’industria italiana, prima scorporato in due divisioni e poi ceduto. Il metodo è sempre identico: si scorpora, si razionalizza, si vende. Pezzo dopo pezzo. Marchio dopo marchio. Non esiste più un’idea di sistema industriale italiano. Esiste soltanto un portafoglio di asset da amministrare.
Ma il punto più interessante è che la stessa dinamica investe anche realtà che non appartengono direttamente al mondo industriale. La Juventus, ad esempio, appare da anni prigioniera di una gestione senz’anima: enormi investimenti economici, continui cambi di strategia, ossessione per il marketing globale e risultati sportivi troppo spesso inferiori alle aspettative.
Nel settore editoriale, poi, la parabola è ancora più simbolica. La Repubblica e La Stampa sono state progressivamente svuotate fino alla cessione. Anche qui la logica è stata quella della gestione finanziaria: razionalizzare, scorporare, vendere.
E poi c’è Ferrari. Il marchio più iconico d’Italia continua a produrre utili straordinari e a rappresentare un gigante del lusso mondiale. Ma proprio qui emerge il nodo culturale della questione. Sempre più appassionati hanno la sensazione che Ferrari stia smarrendo la propria anima per trasformarsi definitivamente in un marchio premium globale governato dalle logiche della finanza e del marketing internazionale.
Le recenti scelte stilistiche e industriali hanno accentuato questa percezione. Non è soltanto una questione estetica. È il timore che Ferrari venga progressivamente separata dalla cultura tecnica, sportiva ed emotiva che l’aveva resa un mito irripetibile.
Ed è qui che emerge la vera domanda politica e culturale: cosa resta di un Paese quando i suoi grandi marchi vengono trasformati in semplici strumenti finanziari?
Perché il problema non è la modernizzazione. Nessuno pretende di tornare indietro di decenni. Il problema è un altro: quando ogni scelta viene subordinata esclusivamente alla logica finanziaria, inevitabilmente si perde qualcosa che non può essere misurato in un bilancio trimestrale. Si perdono identità, visione industriale, orgoglio e legame con il territorio.
E forse è proprio questa la sensazione che cresce oggi attorno alla figura di John Elkann: quella di un uomo che non sta guidando la trasformazione dei grandi marchi italiani, ma il loro progressivo smantellamento.
Salvatore di Bartolo, 29 maggio 2026
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


