Cultura, tv e spettacoli

La band non vuole la bandiera Pro Pal: patetica lite al centro sociale

Il caso del TPO di Bologna. Ma non basta indignarsi, bisogna guardare chi ti ospita

TPO bologna Earth
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Quello tra la band metal americana e il centro sociale bolognese è un dialogo tra sordi o tra stolti. Non lo sapeva questo gruppo Earth, nato coi Nirvana e gli altri del grunge ma rimasto indietro, “di nicchia” come si dice per consolarsi, che andava a suonare in un centro pro pal o pro hamas?

E non lo sapevano questi di chiamare un gruppo di stampo Maga o comunque incompatibile? Va a finire che i musicanti apocalittici trovano nel locale una bandiera palestinese, pretendono venga tolta, gli altri si rifiutano e il concerto salta con disappunto di tutti e il risarcimento per chi veniva anche da lontano, non pochi.

La si metta come si vuole, ma che dovevano fare i militanti di un centro sociale schierato? Cedere alle pretese? Dialogo tra sordi, tra gente che parla lingue diverse. O tra saltimbanchi che pur di guadagnare qualcosa non vanno per il sottile, suonano dove capita, e altri che invitano la qualunque, per gli stessi motivi, per far cassetta. Ma in questo caso ad essere coerenti, seppure improvvidi, sono quelli del Tpo di Bologna: credono in una certa causa, discutibile fin che si vuole, sballata fin che si vuole, ne fanno una bandiera, un ideale: se se lo rimangiano, davanti a un diktat arrogante, tradiscono quello che sono, si dimostrano cialtroni.

È difficile per chi scrive, e scrive ogni giorno il suo totale disprezzo per i pro Hamas: ma un interlocutore, per quanto avverso, per quanto, diciamolo pure, il nemico va rispettato a prescindere se dimostra fedeltà alle sue convinzioni. È questione di lealtà, di mettere le cose in chiaro e di mettercele per tempo: guardate, situazioni del genere sembrano patetiche o paradossali ma non sono affatto inconsuete, anzi sono tutto fuorché inconsuete.

Se è lecita l’esperienza minima di chi scrive, a me capita di fare conferenze e spettacoli teatrali nei luoghi più eterogenei, incompatibili e qualche volta surreali: mi sono ritrovato al cospetto di neorurali, fanatici religiosi, estremisti neonazi come di nostalgici guevaristi, ho visto disegnate svastiche e stelle rosse, ho incontrato soggetti i più pazzeschi (si somigliano sempre come si somigliano i fanatici e gli esagitati).

Anche per questa strada, anzi soprattutto per questa strada noi impariamo la tolleranza, il fatalismo per le umane genti e un certo rispetto, reciprocamente: chi invita sa chi invita, chi è ospite sa chi lo ospita. Bocce ferme, niente trucchi dell’ultimo momento, le cose rimangono come stanno. Personalmente mi regolo come segue: se mi avete chiamato probabilmente sapete come la penso, quindi voi mi lasciate libero di esibirsi ed io mi impegno a non infierire con provocazioni inutili o stupide.

La domanda insinuante ci sta, perché evitare il confronto è nell’ordine delle cose; la rissa decisamente no, né fomentata né subita (mi è capitato anche questo, io non sono della scuola ipocrita che vuole il giornalista o artista rassegnato a subire senza fiatare).

Chi mi chiama è regolarmente brava gente che getta il bambino con l’acqua sporca: partendo dalle sacrosante critiche, motivate insofferenze per il regime grillopiddino di stampo venezuelano sotto pandemia, scade nell’esaltazione di qualche autocrate, nel rifiuto della logica, nelle alternative psicopatiche o megalomani, nelle troppo facili suggestioni complottare: io son che tu sai che io so, lasciatemi mettere in scena la mia denuncia, precisa, concentrata, e non utilizzatemi per le vostre certezze così come io non vengo ad incrinarvele (e potrei, oh se potrei). Quando tutto è finito, si va a cena, amici come prima e ciascuno per la sua strada. È tanto difficile?

A Bologna è risultato impossibile e dire che non era in ballo un simposio ma un concerto, roba accettabile per tutti, fortunatamente i Roger Waters col maiale sionista sono casi limite di squilibrio psico-politico.

A me certi simboli creano un incredibile fastidio, ma non posso sognarmi di imporre la censura, per giunta simbolica, che è la più odiosa, a chi comunque mi riserva l’onore d’invitarmi. Facendomi lavorare, tra l’altro. No, qui a sbagliare è stato un gruppo di metal brutale, ma non così brutale se non ha retto il fanatismo di quattro ragazzini che dopo due ore non avrebbe rivisto mai più.

Max Del Papa, 30 gennaio 2026

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