Lo sappiamo, lo sapete. C’è un video che gira e che basterebbe da solo a zittire qualunque giustificazionista d’ordinanza. Si vede un uomo a terra, circondato, colpito senza pietà. Calci, pugni, martellate. Sì, avete capito bene: martellate. Non è una scena di guerra lontana, non è un film: è Torino, è Italia, è ieri. E quell’uomo è un poliziotto di 29 anni, del reparto mobile di Padova, mandato a garantire l’ordine pubblico e tornato a casa – quando va bene – con le ossa rotte.
Questo è quello che è successo durante la manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, a due passi dal campus universitario Luigi Einaudi. La solita liturgia della protesta che degenera, il solito copione che conosciamo fin troppo bene. Prima il corteo, poi il buio, infine l’assalto. E quando cala la sera, ecco materializzarsi il vero volto della “protesta”: la violenza rossa, organizzata, determinata, feroce. La banda del martello, o meglio i vigliacchi col martello.
A salvare l’agente, che si chiama Alessandro, sono stati i colleghi che sono riusciti a strapparlo da quello che assomiglia più a un linciaggio che a uno scontro. Oggi è ricoverato al pronto soccorso chirurgico di un ospedale torinese, con contusioni multiple e una ferita da martello alla coscia sinistra, già suturata. Pochi secondi, dicono. Ma interminabili. E sufficienti a raccontare tre ore di guerriglia urbana che hanno messo a ferro e fuoco un pezzo di città.
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Nel frattempo, mentre qualcuno ancora parla di “tensione” e “disagi”, loro si muovevano come un gruppo militare. Si chiamavano tra loro con nomi in codice: Blu, Ugo. Ma anche Kiwi e Mango. Anarchici e autonomi, divisi su tutto tranne che su una cosa: colpire le forze dell’ordine. Un blocco nero unico, compatto, che ha iniziato a colpire sul corso, vicino all’ex centro sociale occupato per trent’anni e sgomberato a dicembre, per poi allargare il raggio d’azione alle vie limitrofe. Attaccando anche durante la ritirata, perché la violenza non conosce tregua.
Bombe carta, razzi, cassonetti incendiati, un mezzo delle forze dell’ordine dato alle fiamme. Poi la fuga, ordinata anche quella. Sul selciato restano i resti del passaggio: giacche e pantaloni impermeabili abbandonati, cocci di bottiglie, candelotti di lacrimogeni, pietre, fioriere distrutte. Il solito paesaggio post-bellico che conoscono bene i quartieri ostaggio dell’antagonismo militante.
I contatti diretti tra manifestanti e polizia, dicono, non sono stati molti. Ma uno basta e avanza: l’aggressione all’agente, quella che le immagini raccontano senza bisogno di interpretazioni. Ci sono feriti anche tra i manifestanti, portati via a braccia o medicati nei portoni. E puntualmente diventeranno, nel racconto parallelo, le “vittime”. State tranquilli che qualche solone avrà il coraggio di attaccare gli agenti.
Intanto il quartiere Vanchiglia si è svegliato dentro una delle giornate più violente degli ultimi anni. E la domanda, alla fine, è sempre la stessa: fino a quando tollereremo che la violenza politica si travesta da dissenso? Fino a quando chi indossa una divisa dovrà rischiare la vita mentre qualcuno, al caldo, continua a spiegare che “sono ragazzi”, che “è rabbia sociale”, che “bisogna capire le ragioni”? Qui c’è poco da capire. C’è solo da condannare. Senza se e senza ma.
Franco Lodige, 1 febbraio 2026
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