Società

La clamorosa denuncia del prof: “Il miglior studente bocciato perché bianco”

James Hankins lascia Harvard in polemica con l'ideologia woke che ormai ha infettato le Università: "Dal Covid a Floyd, l'Occidente si auto-flagella"

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A raccontare una frattura che attraversa l’università americana non è un polemista di professione, ma uno dei più autorevoli studiosi di storia del pensiero occidentale. Come riferisce Federico Rampini sul Corriere della Sera, James Hankins, grande classicista e specialista del Rinascimento italiano, ha deciso di lasciare definitivamente Harvard University, dove ha insegnato per quarant’anni.

La sua è una scelta di rottura, maturata nel corso degli ultimi anni, di fronte a quella che definisce una trasformazione radicale — e pericolosa — dell’idea stessa di educazione liberale. Nelle sue parole, riportate da Rampini ma pubblicate anche in un lungo articolo firmato dallo stesso professore, c’è un atto d’accusa che va ben oltre la singola università.

“Due settimane fa ho tenuto la mia ultima lezione a Harvard University, dove sono stato professore di storia per quarant’anni – ha scritto – Quattro decenni di esperienza in una delle principali università del mondo mi hanno offerto un punto di osservazione privilegiato per seguire la progressiva sostituzione della storia dell’Occidente con la storia globale. Questo cambiamento è una parte della ragione per cui le giovani generazioni si trovano oggi in uno stato di disorientamento morale e intellettuale».

Il punto, per Hankins, non è un normale aggiornamento dei programmi di studio, ma una vera mutazione antropologica dell’università. Una deriva accelerata prima dal Covid e poi dall’ondata ideologica esplosa dopo l’uccisione di George Floyd. “Sono arrivato al termine di un contratto quadriennale che avevo firmato nell’autunno del 2021 – ha scritto –  In quell’anno decisi che non volevo più insegnare a Harvard. Venivamo da quasi due anni sottoposti al rigido regime Covid dell’università. Si trattava di una forma di governo emergenziale che rispecchiava fin troppo fedelmente l’accettazione acritica, da parte dell’intero Paese, in nome della presunta ‘Scienza’ sostenuta dal potere pubblico, di invasioni tiranniche della vita privata. A Harvard ai professori veniva imposto di tenere le lezioni con la mascherina e di svolgere i seminari su Zoom. Nessuna delle due pratiche era compatibile con la mia idea di educazione liberale”.

Ma è soprattutto dopo l’“Estate di George Floyd” che, secondo Hankins, l’università avrebbe superato una soglia di non ritorno. “L’anno precedente l’università si era inginocchiata collettivamente durante l’Estate di George Floyd. Pensavo che si trattasse di un vuoto gesto di virtù esibita, ma mi sbagliavo: ebbe conseguenze serie sul modo in cui conducevamo le nostre attività”. Le conseguenze, racconta lo storico, non sarebbero rimaste sul piano simbolico. Avrebbero inciso direttamente sui criteri di selezione accademica, fino a stravolgerli. “Nell’autunno del 2020, esaminando le candidature ai programmi di dottorato, mi imbattei in un candidato eccezionale, perfettamente adatto al nostro corso di studi. Negli anni precedenti sarebbe balzato immediatamente in cima alla graduatoria. Nel 2021, però, un membro della commissione ammissioni mi disse informalmente che ‘quella cosa’ — cioè ammettere un maschio bianco — ‘quest’anno non poteva succedere'”.

Un episodio che, nelle parole di Hankins, non fu isolato. “Nello stesso anno, uno studente universitario che avevo seguito come tutor, di un’intelligenza fuori dal comune, letteralmente il miglior studente di Harvard — vincitore del premio per il laureando con il miglior curriculum accademico complessivo — fu respinto da tutti i programmi di dottorato ai quali aveva fatto domanda. Anche lui era un maschiobianco.

Il professore racconta di aver cercato spiegazioni altrove, scoprendo che quel criterio informale era diventato una prassi diffusa in tutto il Paese. “Telefonai a diversi amici in varie università per capire perché fosse stato respinto. Ovunque mi raccontarono la stessa storia: le commissioni di ammissione ai dottorati in tutto il Paese stavano seguendo lo stesso protocollo non scritto che valeva anche da noi”.

Hankins riconosce che oggi Harvard tenta una correzione di rotta sotto la guida del presidente Alan Garber, anche dopo le polemiche seguite alle manifestazioni antisemite successive al 7 ottobre 2023. Ma per lui è troppo tardi. Il suo futuro è altrove, alla Hamilton School of Classical and Civic Education presso la University of Florida.

Ed è qui che la sua riflessione si fa più generale, quasi civile. “Il motivo è semplice: la Hamilton School è impegnata nell’insegnamento della storia della civiltà occidentale. Quando la pedagogia progressista ha sostituito i corsi sulla civiltà occidentale con la storia globale, si è prodotto un danno serio alla socializzazione dei giovani americani. Quando non si insegna ai giovani che cosa sia la civiltà, si scopre che le persone diventano incivili».

Un addio che non è solo personale, ma simbolico. E che, come osserva Rampini, fotografa una crisi profonda dell’università americana: non più luogo di trasmissione critica del sapere, ma campo di battaglia ideologico, dove l’eredità culturale dell’Occidente rischia di essere considerata un problema anziché una risorsa.

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