Politica

L'opinione di Giorgio Carta

La destra che manca in Italia

L'opinione di Giorgio Carta

meloni giudici Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Sono sinceramente tra quelli soddisfatti che l’Italia sia oggi governata da una coalizione di destra. Per la prima volta nella storia repubblicana, un governo si dichiara esplicitamente tale, senza più l’ossessione di doversi definire “moderato” o “di centrodestra”, senza la necessità di stemperare ogni riferimento identitario in un generico richiamo ai valori centristi. L’Italia sembra aver finalmente superato il tabù di dichiararsi apertamente di destra senza temere di essere tacciata di nostalgie autoritarie o di ritorni al passato. È un dato politico rilevante, che fotografa la volontà popolare e riflette un’esigenza concreta di ordine, identità e pragmatismo amministrativo.

Detto questo, non posso però tacere su un limite culturale e istituzionale che ancora zavorra la destra italiana: l’incapacità, o forse il rifiuto, di misurarsi con le regole del gioco democratico quando non coincidono con le proprie aspettative.

La reazione scomposta al ricorso in Cassazione presentato dalla Procura di Palermo contro l’assoluzione di Matteo Salvini nel processo Open Arms è l’ennesima dimostrazione di una destra che ancora fatica ad abbandonare i riflessi condizionati dell’opposizione permanente o della nicchia politica. Il punto non è il merito del processo — sul quale, non avendo letto gli atti, non mi pronuncio affatto — ma il metodo e lo stile istituzionale con cui si reagisce a una legittima iniziativa giudiziaria. Gridare allo scandalo, evocare accanimenti o dipingere ogni azione della magistratura come una manovra politica ostile, oltre che essere esso stesso reato, ha il sapore della delegittimazione sistematica e non quello della dialettica istituzionale. Soprattutto, non è un bello spettacolo.

È peraltro una contraddizione palese promettere ai cittadini più sicurezza, pene esemplari e tolleranza zero per i piccoli reati — che pure minano ogni giorno la nostra libertà e serenità — e poi insorgere con accuse di interferenza politica quando la magistratura esercita le sue funzioni su un rappresentante di spicco della destra. Così come è contraddittorio rivendicare la propria vicinanza alle forze dell’ordine, salvo poi cogliere ogni occasione utile per delegittimare la magistratura, che delle stesse forze dell’ordine è naturale interlocutore. Se la sinistra ha spesso peccato di eccessiva indulgenza verso certe derive giudiziarie e nel pregiudizio verso le forze di polizia, questa non è una buona ragione per scivolare nella direzione opposta, trasformando ogni atto giudiziario in un affronto politico.

Non regge nemmeno, sul piano concettuale, l’idea di “attaccare la magistratura” come se si trattasse di un blocco monolitico e ideologicamente ostile. La magistratura è composta da circa ottomila donne e uomini, teste pensanti, con sensibilità e inclinazioni diverse — talvolta anche molto vicine alla cultura di destra — che certamente non possono riconoscersi in questo atteggiamento perennemente conflittuale e diffidente. Delegittimare un intero ordine per un singolo atto processuale, per quanto in ipotesi discutibile, non è politica: è propaganda. E la propaganda è nemica della maturità istituzionale.

In questo scarto tra ideologia e stile, tra consenso popolare e senso delle istituzioni, si gioca la vera sfida della destra italiana. Perché oggi molti italiani si riconoscono nei principi della destra, ma faticano a riconoscersi in certi suoi protagonisti scomposti. Non magari per ciò che dicono (e, vivaddio, sarebbe pure ora di ascoltare discorsi culturalmente e politicamente più elevati!), ma per il modo in cui reagiscono. Servirebbe meno istinto da comizio e più aplomb da governo. Perché se la destra vuole davvero governare a lungo il Paese, dovrà prima imparare a comportarsi come una forza di governo.

Giorgio Carta, 19 luglio 2025

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