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La destra dopo il voto: qual è il segreto di Vannacci

Il referendum sulla giustizia è stato un referendum sulla coerenza del governo. E il generale...

salvini vannacci lega Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Il referendum sulla giustizia, ormai è chiaro, non è stato un voto tecnico sul merito dei singoli quesiti, ma un voto politico, rectius di insofferenza politica. Subito è emerso che quella consultazione avrebbe pesato sugli equilibri interni al centrodestra ben oltre il terreno strettamente giuridico, riaprendo margini di manovra soprattutto per chi avesse saputo intercettare il disagio della propria base.

Gli elettori di destra non hanno usato il referendum per premiare o bocciare di una riforma. Hanno detto che una parte del centrodestra stava smarrendo sé stessa. Hanno fatto capire che, nell’ultimo tratto della legislatura, non sarebbero più bastati l’ordinaria amministrazione, la prudenza diplomatica e l’equilibrismo fra linguaggio identitario e prassi di governo. Quando l’elettorato avverte che il proprio campo politico si sta allontanando dalle sue ragioni profonde, trova sempre il modo di farlo sapere. Talvolta non con una rivolta, ma con la freddezza, che, in politica, è spesso il sintomo più pericoloso.

Fratelli d’Italia è il partito che più chiaramente sembra aver colto questo campanello d’allarme. Giorgia Meloni aveva investito molto, anche personalmente, nel rapporto privilegiato con Donald Trump. Quel rapporto, però, si è rivelato per ciò che molti avevano già intuito: non un’alleanza tra pari, ma una relazione politicamente sbilanciata, utile soprattutto alla narrazione americana e molto meno agli interessi italiani. Non è casuale che, nelle ultime settimane, Meloni abbia preso pubblicamente le distanze da Trump su questioni altamente sensibili, con una critica aperta dopo gli attacchi rivolti al Papa, giudicati da lei “inaccettabili” e con scelte di politica estera che hanno segnato una visibile presa di distanza dall’orbita trumpiana in un contesto di crescente impopolarità di quella vicinanza nell’opinione pubblica italiana.

Non è stata una conversione, ma più realisticamente, un riposizionamento. Forse tardivo, forse ancora insufficiente, ma comunque significativo. Meloni ha capito che la destra italiana non può permettersi di apparire la filiale mediterranea di un’altra sovranità. La destra può (e deve) essere atlantica, ma non servile; occidentale, ma non subordinata; alleata, ma non dipendente. Quando invece viene percepita come troppo aderente agli interessi e agli umori di Washington, smette di parlare il linguaggio della sovranità italiana e comincia a parlare un idioma politico che i suoi elettori non sentono più come proprio.

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Per Salvini il discorso è, se possibile, più severo. La sua lunga professione sovranista ha finito col mostrare una contraddizione che oggi appare evidente: si proclamava la sovranità dei popoli, ma troppo spesso ci si accodava a priorità, parole d’ordine e posture che con l’interesse nazionale italiano avevano poco a che fare. Il tentativo recente di recuperare i vecchi cavalli di battaglia, anche con una nuova mobilitazione identitaria sul territorio, mostra che il problema è stato finalmente compreso, ma capirlo non significa risolverlo. Per la Lega, probabilmente, il tempo perduto pesa molto più che per altri perché quando un partito nasce per incarnare una protesta, un’identità, una riconoscibilità netta, e poi per anni le offusca, non sempre gli elettori concedono una seconda occasione. A volte tornano, più spesso cercano qualcun altro che dica, con meno mediazioni, quello che il partito originario aveva smesso di dire.

Forza Italia, da parte sua, continua a fare Forza Italia. Nel bene e nel male, il suo tratto distintivo è fatto di moderazione, prudenza, realismo, diplomazia. Il punto è che la realpolitik, se protratta senza correzioni, rischia di diventare adattamento permanente e finisce per assomigliare a una lenta rinuncia. Anche il partito azzurro sembra aver capito che un’adesione troppo pedissequa alle posizioni statunitensi rischiava di trasformarla nella famosa rana nella pentola. Il sostegno di Tajani a Meloni nel momento dello scontro con Trump conferma che anche dentro l’ala più moderata della coalizione si è compreso che l’unità occidentale non può mai prescindere da rispetto reciproco e da una tutela minima della dignità politica italiana.

In questo quadro, l’unico leader che a Destra non ha cambiato posizione è stato Roberto Vannacci. Lo si può condividere o contestare, ma non gli si può negare una coerenza che oggi, alla luce dei movimenti altrui, appare persino più visibile di ieri. Per mesi è stato dipinto come un corpo estraneo, come un traditore, come un elemento di disturbo. Eppure, se oggi gli altri tornano, almeno in parte, su coordinate che egli non aveva mai abbandonato, la conclusione politica è difficile da eludere: non era lui ad essersi allontanato, erano gli altri. La sua forza, in questa fase, non sta soltanto nei contenuti, ma nel non aver dovuto correggere la rotta dopo il voto. Non ha avuto bisogno di riscoprire nulla, perché non aveva smesso di dirlo.

La lezione del referendum, allora, è che la destra ha perso quando ha dimenticato che i suoi elettori non chiedono semplicemente governo, ma rappresentanza. Quando questa vacilla, si apre inevitabilmente uno spazio per chi appare più lineare, più netto, più uguale a sé stesso. La politica, alla fine, premia anche questo: la continuità tra ciò che si dice prima e ciò che si dice dopo.

Per non perdere il suo popolo, la destra italiana ha dovuto tornare a parlare una lingua che uno solo, fino in fondo, non aveva mai smesso di parlare. Se oggi molti riscoprono quella linea, il motivo è semplice. Non perché Vannacci abbia inseguito il vento, ma perché il vento, alla fine, ha ricominciato a soffiare dalla sua parte.

Giorgio Carta, 20 aprile 2026

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