Qui al bar ci riteniamo abbastanza scafati per non credere alle rivoluzioni, anzi, per considerarle poco desiderabili, persino quando promettono il futuro che ci piacerebbe. Però, dal centrodestra, ci saremmo aspettati un po’ più di coraggio. Non l’egemonia culturale – una chimera e, forse, una pessima idea che è meglio lasciare alla sinistra – ma almeno un segnale di cambiamento. Invece, finora, ci sembra di aver assistito a un susseguirsi di fughe in avanti e marce indietro. Un processo condizionato dalla paura che paralizza. I governativi hanno messo Pietrangelo Buttafuoco alla Biennale ma evidentemente credevano di aver nominato un grigio funzionario di partito, per come lo stanno trattando. E sul cinema erano partiti con l’idea di sfrondare la giungla di finanziamenti a film che il pubblico ignorava, la mangiatoia degli artistoidi radical chic attaccati alle mammelle dello Stato.
Ma ormai il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, si sta pericolosamente riavvicinando allo status quo. Al punto che, dopo il mea culpa per i mancati finanziamenti al docufilm su Giulio Regeni e l’annuncio che riaumenterà i fondi al settore (già riaumentati, peraltro), il Pd ha risposto al suo appello per una legge condivisa: Elly Schlein si è detta disposta a collaborare, purché a partire dalle proposte dei dem. La cooperazione bipartisan è sempre gradita, ma temiamo che possa condurre in una sola direzione: il ripristino della suddetta mangiatoia. Sarebbe l’evoluzione della tattica gattopardesca: dal tutto cambia affinché tutto resti com’è, al tutto cambia e poi viene riportato direttamente a com’era.
Sarà che la sconfitta al referendum e i sondaggi poco incoraggianti hanno gettato l’attuale maggioranza nello scompiglio e, magari, nello sconforto. Ma ci intristisce un po’ questo spettacolo dei timorati. S’è fatto un gran cinema per nulla?
Il Barista, 7 maggio 2026
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