Cultura, tv e spettacoli

Giuli perde un’altra occasione: “Inaccettabile non finanziare il film su Regeni”

Tax credit, abusi e film senza pubblico: il problema non è come si spende, ma che si spende

giuli Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Il Quirinale, i David, gli applausi, le parole altissime sul valore culturale del cinema. E, sotto, il vero tema: i soldi pubblici. Sempre lì si torna. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella invita al dialogo, parla di un cinema che “ha raccontato, catturato emozioni, trasmesso idee”. Giusto. Ma il punto è un altro: chi lo deve pagare, questo racconto? Perché mentre si celebrano le candidature e si evitano “barricate”, il settore protesta per i tagli: qualche decina di milioni in meno, su centinaia già stanziati. E si ripropone la solita narrazione: senza Stato, il cinema muore. E qui il ministro Alessandro Giuli sbaglia.

Parliamo di un’industria che sopravvive grazie ai sussidi, e questa non è davvero un’industria. È una dipendenza. Il ministro Giuli, a parole, sembra averlo capito. Denuncia “opacità”, “imperizie”, “abusi nel tax credit” per oltre un miliardo. Parla di “finanziamenti pubblici immeritati”. Dice persino “Mai più!”. Perfetto. Ma poi? Poi resta dentro lo stesso schema: correggere, riformare, limare. No. Il punto è che quel sistema è sbagliato alla radice. E il caso del documentario su Giulio Regeni lo dimostra meglio di qualsiasi teoria. Giuli, chiamato a spiegare perché “Tutto il male del mondo” non ha ricevuto fondi, si produce in un esercizio retorico notevole: “Non condivido né sul piano ideale né su quello morale” la bocciatura, però “non è frutto di una decisione politica” e “il ministero non può intervenire”. E ancora: “Attribuire al Ministero una volontà di censura è una rappresentazione priva di fondamento”. Tradotto: non sono d’accordo, ma non posso farci nulla.

Ora, fermiamoci un attimo. Se il sistema pubblico produce risultati che il ministro stesso giudica sbagliati “sul piano ideale” e “morale”, la conclusione non può essere difendere il sistema. Deve essere metterlo in discussione. Invece no. Si resta prigionieri del meccanismo. E qui la contraddizione diventa clamorosa: da un lato si sostiene che lo Stato deve finanziare il cinema perché è “cultura”; dall’altro si ammette che quei finanziamenti vengono assegnati da commissioni autonome che possono bocciare anche opere ritenute meritevoli. Ma allora la domanda è inevitabile: perché dovremmo fidarci di questo sistema?

Giuli insiste: è tutto tecnico, tutto regolato, tutto imparziale. Le commissioni decidono, il ministero non interviene, i criteri sono oggettivi. Perfetto. Ma è proprio questo il problema. Perché la cultura non è un algoritmo. Non è una graduatoria. Non è un punteggio. È il pubblico che decide. E quando il pubblico decide davvero, guarda caso, i risultati arrivano. Non a caso il successo di Checco Zalone – milioni di spettatori veri, non contributi pubblici – è l’eccezione che conferma la regola: il mercato funziona, se lo lasci lavorare. Il resto del sistema, invece, produce cortocircuiti come quello di Regeni: un film che viene bocciato due volte da commissioni diverse, mentre altri progetti passano. E allora che si fa? Si cambiano le commissioni. Si promettono riforme. Si invoca più trasparenza. Ma è come ridipingere una casa che ha le fondamenta marce. La verità – scomoda, ma necessaria – è che il finanziamento pubblico al cinema crea inevitabilmente distorsioni: incentiva relazioni invece che merito, burocrazia invece che pubblico, consenso interno invece che successo reale. E soprattutto deresponsabilizza. Perché se sai che una parte del tuo budget arriva comunque dallo Stato, il rischio diminuisce. E con il rischio diminuisce anche la qualità.

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Il paradosso finale è tutto qui: mentre si invoca la libertà del cinema – “quando è scomodo e critico verso il potere”, dice Giuli – lo si tiene legato a doppio filo proprio al potere che lo finanzia. Non funziona. Non ha mai funzionato. E non funzionerà nemmeno con qualche ritocco normativo. Il punto non è distribuire meglio i soldi. È smettere di distribuirli. Meno Stato, più pubblico. Meno commissioni, più spettatori. Meno alibi, più responsabilità. Giuli dice che “ogni euro pubblico deve essere usato bene”. Ma il vero salto di qualità, oggi, sarebbe un altro: accettare che nel cinema non esiste alcun diritto al finanziamento. Esiste solo una cosa: il giudizio di chi paga il biglietto.

Massimo Balsamo, 5 maggio 2026

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