Cultura, tv e spettacoli

Ma lo Stato non dovrebbe finanziare nessun film

Il caso Albatross visto da un punto di vista liberale: via l'Unione Sovietica, cioè i finanziamenti pubblici, da Cinecittà

albatross
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Domenica pomeriggio, mentre smanettavo sui vari social, ho letto un post di Iacopo Savelli, figlio del mio grande e compianto amico Giulio, su un film italiano appena uscito che mi ha particolarmente colpito, a prescindere dalla eventuale colorazione politica della pellicola: “Finanziato con 1,5 milioni, incasso 5.800 euro in due giorni, media 4 spettatori a sala. Via l’Unione Sovietica da Cinecittà.”

In breve, si tratta di un film che racconta la tragica vicenda di Almerigo Grilz, giovane attivista e dirigente del Fronte della Gioventù durante l’ultima fase degli anni di piombo, per poi essere eletto come consigliere comunale a Trieste nelle liste dell’Msi. In tal senso chi ritiene di appartenere ad una destra liberale, come il sottoscritto, lo avrebbe classificato all’epoca una testa calda, in un particolare momento del Paese in cui sembrava che gli estremismi si toccassero. E che si trattasse di un giovane dal pensiero radicale è testimoniato da un suo articolo, pubblicato su Trieste Domani in occasione del centenario della nascita di Mussolini, nel quale definisce il fascismo “l’unica terza via possibile tra capitalismo e socialismo”.

In particolare, la pellicola diretta da Giulio Base, che non è certamente l’ultimo arrivato nel suo campo, tratta dell’ultima parte delle breve esistenza di Grilz, quando decise di intraprendere la pericolosa attività di fotoreporter di guerra per l’agenzia freelance “Albatross”. Una carriera che gli diede una certa celebrità, fino a quando, il 19 maggio in Mozambico, nel corso di una sanguinosa guerra civile, fu ucciso da un proiettile vagante.

Ora, in primis qualcuno potrebbe sostenere con qualche ragione che, dal momento che a governare il Paese c’è la destra, il film rappresenta il tentativo di contrapporsi in modo quasi speculare allo strapotere di una sinistra che per decenni ha occupato i gangli principali della cosiddetta cultura alta, di cui farebbe parte a pieno titolo della cosiddetta settima arte. Ma se così fosse, sempre da un punto di vista liberale, non credo che il tentativo di rinnovare il cinema, al pari di tanti altri settori della cultura italiana, contrapponendosi in modo quasi speculare ai vaneggiamenti ideologici che ancora oggi la sinistra cerca di propinare agli italiani sia una carta vincente.

In realtà, il problema sta a monte e riguarda un aspetto da tempo molto critico per la nostra industria cinematografica: lo Stato finanzia un gran numero di film che ottengono bassissimi riscontri di pubblico. Si tratta in gran parte di polpettoni ideologici, – i quali come ho detto rappresentano quasi sempre i temi cari alla sinistra – spesso caratterizzati da livelli professionali infimi, e che nella maggioranza dei casi possono essere utilizzati a scopo terapeutico esclusivamente per chi soffre di insonnia.

Ovviamente il finanziamento pubblico al cinema rappresenta uno dei tanti problemi italiani che tendono inevitabilmente ad incancrenirsi, anche a causa delle violente reazioni corporative che si scatenano ogniqualvolta qualcuno contesti l’idea di un cinema sussidiato dallo Stato, ossia dai quattrini del contribuente.
D’altro canto che esista da tempo una sorta di bolla produttiva, sostenuta dai sussidi medesimi, per la nostra industria cinematografica, in cui la domanda di film è decisamente inferiore all’offerta, è un fatto incontestabile. A questo ha cercato di porre in parte rimedio l’attuale governo, aumentando la quota dei contributi selettivi discrezionali.

Ma come al solito, quando si smarrisce quasi del tutto la via maestra del mercato competitivo, c’è sempre il rischio che l’intervento pubblico metta una toppa peggiore del buco. In realtà, sbaglierò, ma se non mandiamo via da Cinecittà l’Unione sovietica, dallo stesso buco non caveremo mai nessun ragno, Milei docet.

Claudio Romiti, 7 luglio 2025

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