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La General Electric? Come lo Stato italiano

Lo Stato sovrano italiano, con i suoi 60 milioni di cittadini, i suoi duemila miliardi di debiti è simile ad una grande azienda privata americana: General Electric. Un tempo era considerata come la migliore scuola di management e di innovazione del pianeta. Oggi il suo titolo veleggia intorno a quota 8 dollari e ha un debito pari a 105 miliardi di dollari. Un ventesimo del debito pubblico italiano, ma pur sempre un’entità gigantesca. Nei prossimi due anni andranno a scadenza mutui e prestiti per un quinto del suo stock complessivo del debito e il suo rating è pericolosamente sulla soglia della spazzatura. Un po’ come la storia del nostro Tesoro: che l’anno prossimo deve piazzare circa un quinto del debito, sul quale le agenzie di rating hanno espresso giudizi molto vicini alla soglia della morte finanziaria.

La General Electric negli ultimi anni, indipendentemente da quello che ha realizzato in termini di ricavi e utili (pochi), ha fatto, per così dire, una politica assistenziale. Anche negli States e anche nelle aziende private esiste qualcosa di molto simile al reddito di cittadinanza.

Ci spieghiamo meglio. Un’azienda privata deve usare le proprie risorse e anche quelle che non ha (ricorrendo al deficit) per fare investimenti, per puntare strategicamente sul proprio futuro. La Ge ne ha ovviamente fatti, così come lo Stato Italiano. Ma, secondo i calcoli di Martin Hutchison di Market Watch, tra il 2015 e il 2017 ha impiegato la bellezza di 40 miliardi per comprare azioni proprie. In buona sostanza, la grande corporation invece di trovare prede da comprare sul mercato, invece di investire sullo sviluppo o sulla ricerca, invece di investire sulla formazione o su cosa diavolo ritenessero più utile i manager, ha preso dal portafoglio, già gravato di debiti, la bellezza di 40 miliardi per comprare azioni dai propri azionisti. Un escamotage per tenere su il titolo, e una manifesta inadeguatezza a trovare qualcosa di meglio sul mercato da comprare. I cittadini di Ge hanno dunque avuto per un paio di anni un piccolo reddito peraltro a buon prezzo. I titoli propri sono stati comprati ad un prezzo che va dai 20 ai 32 dollari.

Dunque Ge ha realizzato una perdita, rispetto alle quotazioni di oggi, che va dai 23 ai 29 miliardi di dollari. Un’operazione da pazzi. Ma che per qualche ora o settimana può aver dato un sollievo in Borsa e dunque agli azionisti-cittadini di Ge. Come per lo Stato italiano questa elemosina costa molto all’azienda e rende poco. Inoltre come per lo Stato italiano la Ge comprava a deficit: nel triennio in cui faceva acquisti di azioni proprie, solo un anno ha fatto registrare un utile. Le grandi aziende, guidate da ceo-capitalist, ragionano sempre più come i politici che hanno di fronte a loro prospettive temporali ridotte: ritengono prioritario passare la nottata. E il debito: se lo prenderanno in faccia gli azionisti-contribuenti.

Nicola Porro, Il Giornale 1 dicembre 2018

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3 Commenti

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  1. Il paragone tra un azienda se pur grande ed una nazione se pur sgangherata, ma sempre degna di portare questo nome è quantomeno supeficiale.
    Inoltre il movente dell indebitamento e quasi opposto, l’accumulo nel primo caso, la distribuzione nel secondo.
    Infine l’accostamento cittadini – azionisti è errato alla radice, per la maggior parte di questi ultimi infatti manca il presupposto della scelta.
    Poi, che l’analisi degli obiettivi e dei rischi sia simile potrei essere anche d’accordo…..

  2. Ma cosa c’entra sta stoltezza del “ceo capitalism”?!?
    Dove lo vedi il “capitalism” in tal azienda?
    Potrebbe essere semmai mancanza di ceo e di capitalism!
    Che ne dici di “ceo comunism” col buco altrui?
    Con Trump c’è forte il rischio di un “isolnazionalismo” che galvanizza i Paesi come l’Italia che credono di vivere in un paese autosufficiente.
    Invece sono dei satelliti dediti al “ceo comunism” che saranno sacrificati in virtù del risanamento USA.
    Cosa ne pensi?

  3. Il fatto è, caro Nicola, che negli States la GE troverà il sistema di saltarci fuori in un modo o nell’altro anche se i cd managers pagheranno di tasca propria quanto dovranno pagare, mentre qui da noi i protagonisti di operazioni folli e fallimentari che in questo momento sono l’incipit di ogni giornale, notiziario, talkshow e chi ne ha più ne metta, continuano a circolare a piede libero racchiusi nell’ovatta della loro ignoranza. Tanto poi a pagare saranno sempre e comunque i soliti noti. La situazione è disastrosamente paradossale.
    Ciao Nicola.

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