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Intervista a Libero

“La gente inizia a pensare che Zelensky non sia un supereroe”

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La mia intervista al quotidiano Libero.

Da conduttore di Quarta Repubblica (Rete 4) ma anche da popolare opinion leader nel mondo dei social, Nicola Porro conosce bene gli umori dell’opinione pubblica italiana e ammette di aver registrato un trend simile a quello pubblicato ieri da Libero sulla guerra in Ucraina: «Le dirò di più. Ieri mattina ho aperto la mia rassegna (la Zuppa di Porro, ndr) proprio con la vostra testata perché sono già diversi giorni che ravviso un progressivo senso di disaffezione».

Secondo lei da cosa deriva?
«Credo che sia finita l’atmosfera della polarizzazione che ha caratterizzato l’inizio della guerra. Ora è come se col passare delle settimane le persone stiano iniziando a pensare che ci sia innegabilmente un colpevole da una parte, e cioè Putin, ma che dall’altra non ci sia propriamente un supereroe, Zelensky. È come se questo abbia prodotto un disorientamento e quindi anche una sorta di distacco».

Crede che anche la “timidezza” dei partiti politici abbia contribuito a far perdere punti di riferimento ai singoli?
«No, credo che la politica non c’entri granché. Prendendo in esame la pandemia, il processo comunicativo che l’ha circondata si basava sulla paura, sulle affermazioni e sulle negazioni. È come se questo meccanismo non funzioni con la guerra. O quantomeno non così a lungo».

Cioè?
«I media di massa hanno una sorta di potere isolante che deriva dall’abitudine. Quando l’audience si abitua ad un tema, bisogna passare oltre. Per quanto grave e drammatica essa sia non c’è una cosa capace di occupare i media per 100 giorni con gli stessi risultati. Pensi al processo tra Johnny Depp e Amber Heard…».

È durato come un gatto in tangenziale.
«Appunto. L’attenzione del pubblico rimane alta per qualche giorno. In alcuni casi poche ore. Poi basta».

Eppure il Covid ha tenuto banco per 2 anni…
«È stato un laboratorio straordinario, ma caratterizzato da due fattori peculiari che la guerra in Ucraina non ha».

Il primo qual è?
«La pandemia è entrata nelle case delle persone, mentre la guerra pur essendo nel cuore dell’Europa la sentiamo lontana. Un vero e tangibile sentimento di paura generale e diffuso in questo caso non c’è».

Per quanto un impatto diretto sulle nostre vite lo si ravvisa. Basti pensare agli effetti delle sanzioni…
«Ma a ben guardare l’aumento del costo dell’energia era iniziato già prima. Come pure il fenomeno dell’inflazione. Il legame col nostro disagio economico non viene ravvisato come un effetto diretto».

Il secondo aspetto di cui parlava prima invece?
«La pandemia, rispetto a moltissimi altri temi, aveva il potere di riazzerarsi. Il Covid e le sue conseguenze avevano un risvolto immediato e continuo sulla nostra vita quotidiana, ma soprattutto il flusso di temi era sempre nuovo e sempre diverso. Ogni giorno bisognava fare i conti con i lockdown, con le curve dei contagi, con le persone che si ammalavano. Poi sono arrivati i mille decreti amministrativi diversi. Poi ancora i vaccini, le nuove varianti, il green pass. Tutto questo ha reso la pandemia non un fenomeno singolo ma caratterizzato da mille aspetti sempre nuovi e pervasivi allo stesso modo».

Non pensa che il modo di coprire il conflitto da parte di giornali, radio e tv abbia prodotto una sorta di crisi di rigetto nell’opinione pubblica che sta perdendo fiducia nei mezzi di comunicazione?
«No, sono convinto che non abbiamo affatto esagerato. Il meccanismo di informazione specie nell’era di internet è sempre questo: una mole di notizie abnorme, anche urlata magari, soprattutto all’inizio, e basata sul trend del giorno. Sulla guerra l’informazione di massa si è avventata come una fiera su un animale morente. L’abbiamo sviscerata e spolpata in tutti i modi e ora resta solo la carcassa».

Proprio ora che potrebbe essere analizzata con più lucidità…
«Non succederà. Io credo che l’informazione sulla guerra sia finita. Dopo aver visto i morti, i bombardamenti, le distruzioni, città spazzate via come Mariupol, cos’ altro possiamo mostrare? Dovrebbe succedere qualcosa di traumatico per noi come l’entrata in guerra dell’Occidente. E nessuno se lo augura».

Cosa sostituirà la guerra come tema portante?
«Io già da settimane mi sto concentrando sulla giustizia e sul referendum, per un motivo semplice: perché, vergognosamente, non se ne sta parlando, e infatti noi stiamo registrando ottimi risultati in termini di ascolti. Nel mondo dell’informazione ogni spazio vuoto deve essere riempito e le persone lo apprezzano».