Antonio Rinaudo ha pronunciato una frase che dovrebbe essere affissa all’ingresso di ogni tribunale chiamato a giudicare le violenze antagoniste: “All’epoca io e il procuratore Gian Carlo Caselli fummo lungimiranti, loro ciechi”. Loro sono i giudici della Cassazione. La cecità, invece, è quella con cui per anni una parte della giustizia, della politica e dell’intellighenzia progressista ha guardato al mondo No Tav.
Nell’intervista concessa al Corriere della Sera, l’ex pubblico ministero che indagò sugli assalti al cantiere di Chiomonte ha ricordato la decisione con cui venne esclusa la finalità terroristica contestata dalla Procura di Torino. C’erano le molotov, gli attacchi organizzati, le incursioni notturne e un’opera strategica trasformata in un fortino presidiato dai militari. Ma, secondo quella lettura, gli strumenti utilizzati non sarebbero stati sufficienti a costringere lo Stato a rinunciare alla Tav. Una specie di terrorismo valutato con il pallottoliere: due o tre bottiglie incendiarie non bastano, ripassate quando avrete un arsenale più convincente.
Il punto sollevato da Rinaudo non riguarda soltanto una qualificazione giuridica. Riguarda il messaggio trasmesso. Se per anni assaltare un cantiere, incendiare mezzi e aggredire gli uomini in divisa viene trattato come una forma un po’ vivace di conflitto politico, il risultato non può sorprendere. Gli antagonisti comprendono che il prezzo da pagare è sopportabile. I loro protettori politici possono continuare a definirli “giovani che dissentono”. E lo Stato finisce per comportarsi come un ospite indesiderato nel proprio territorio.
La violenza non è una degenerazione occasionale della protesta, ma un metodo organizzato che trova forza nell’indulgenza culturale e nelle condanne accompagnate dall’immancabile “però”. Nessuno attribuisce alla sinistra la responsabilità materiale delle molotov. La responsabilità politica, però, consiste anche nel clima che si costruisce: se ogni intervento della polizia viene sospettato di abuso e ogni aggressione contro gli agenti viene contestualizzata, i violenti finiscono per sentirsi moralmente autorizzati.
Lo abbiamo visto con Askatasuna, tollerata per decenni, raccontata come un laboratorio sociale e coccolata da quella sinistra che vede sempre un fermento democratico dove gli altri intravedono spranghe, caschi e bombe carta. Lo vediamo con il Festival dell’Alta Felicità, una manifestazione che continua a offrire una cornice politica, logistica e propagandistica a una mobilitazione dalla quale puntualmente si staccano gruppi pronti all’assalto. Rinaudo propone di fermarlo. E la domanda non è affatto scandalosa: quanti festival possono vantare, come evento collaterale, l’attacco a un cantiere presidiato dall’esercito?
La Procura di Torino sta ora procedendo per devastazione e non esclude che possano emergere ipotesi di reato associativo. Quattro antagonisti tedeschi sono stati fermati e più di mille persone identificate, oltre alle centinaia controllate il giorno precedente. Secondo gli investigatori, alcuni componenti del cosiddetto Blocco Nero potrebbero essere partiti proprio dal campeggio del Festival dell’Alta Felicità, per poi farvi ritorno dopo gli assalti a San Didero e Chiomonte.
Naturalmente bisognerà accertare le responsabilità individuali. È il fondamento dello Stato di diritto. Ma lo Stato di diritto non impone di fingere che non esistano organizzazione, strategia e continuità. Non obbliga a confondere il pensionato che sfila contro la Tav con l’incappucciato che lancia un ordigno. E soprattutto non richiede di concedere ai secondi una permanente patente di idealismo solo perché si nascondono dietro una battaglia ambientale. A chiarire quale sia il livello del confronto politico ha pensato Nicoletta Dosio. La storica leader No Tav non ha preso le distanze dalle violenze. Non ha espresso solidarietà agli agenti feriti. Non ha chiesto che i responsabili venissero individuati. Ha rivendicato: “La devastazione noi l’abbiamo trovata”.
“Siamo accusati di devastazione, ma noi la devastazione l’abbiamo trovata e ci difenderemo sempre sia dalla devastazione che da chi la difende. Nessuna presa di distanza, quindi, da chi sabato ha assaltato i cantieri e ferito gli agenti. Anzi, lo rivendichiamo“, il suo intervento. Ecco servita l’assoluzione ideologica. Se il territorio sarebbe stato “devastato” dalla Tav, allora devastare il cantiere diventa difesa. Se lo Stato è considerato aggressore, assaltare lo Stato diventa resistenza. Se chi protegge i lavori difende una presunta violenza originaria, colpirlo può essere presentato come un atto di giustizia. Nella conferenza stampa del movimento è stato rivendicato il “diritto alla difesa anche sui cantieri”, mentre è riapparso persino il vecchio slogan “Siamo tutti Black Block”.
Non siamo più nel terreno del dissenso sull’utilità della Torino-Lione. Si può essere favorevoli o contrari a qualunque infrastruttura. Si possono contestare costi, tempi, impatto ambientale e scelte progettuali. Ma quando si rivendica l’assalto a un cantiere, il dibattito sull’opera è finito. Comincia quello sull’autorità dello Stato. La risposta della Dosio dimostra inoltre quanto sia stata fallimentare la pedagogia dell’indulgenza. Per anni si è chiesto ai violenti di prendere le distanze da altri violenti. Per anni si è recitata la commedia dei manifestanti buoni infiltrati all’ultimo momento da misteriosi professionisti del disordine. Ora non serve neppure più cercare una distinzione: la devastazione viene rivendicata pubblicamente e rovesciata semanticamente contro chi l’ha subita.
È lo stesso meccanismo già denunciato dopo gli scontri di Torino: l’aggressione viene travestita da impegno politico, mentre la reazione dello Stato diventa automaticamente repressione. Così il poliziotto deve giustificare ogni manganellata, mentre chi lo colpisce viene protetto dal contesto, dalla causa e dalla narrazione. Non esistono battaglie nobili che autorizzino il pestaggio di un agente e non esiste diritto di manifestare che comprenda l’impunità.
Rinaudo chiama in causa anche una parte della magistratura, parlando di un’impostazione ideologica e citando esplicitamente Magistratura Democratica. È un’accusa grave, che resta una sua valutazione e che non può essere trasformata automaticamente in una sentenza contro un’intera corrente. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidarla come lo sfogo di un ex pm. Soprattutto quando, a distanza di anni, le stesse dinamiche continuano a ripetersi.
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Così come continua a ripetersi la folle difesa di alcuni pezzi della sinistra. Ieri in Consiglio comunale a Torino è scoppiata una vera e propria bagarre: i consiglieri 5 Stelle hanno esposto la bandiera del movimento No Tav durante la seduta in Comune. Nonostante i 130 poliziotti feriti, nonostante i danni da milioni di euro. “La nostra posizione sulla Torino-Lione resta ferma. Agli agenti feriti va la nostra solidarietà piena e convinta. Le aggressioni contro le forze dell’ordine sono gravi e le condanniamo con fermezza. Ridurre l’intera lotta No Tav agli scontri di una giornata significa strumentalizzare quanto accaduto”, quanto dichiarato dal grillino Andrea Russi. Posizione assurda, considerando quanto affermato dalla stessa Dosio.
Insomma, gli assalti vengono organizzati. Gli agenti restano feriti. I cantieri vengono incendiati. Poi cominciano le dispute terminologiche, le derubricazioni, le attenuanti ambientali e i racconti sulla criminalizzazione del dissenso. Noi abbiamo ospitato a più riprese la denuncia degli operatori di polizia secondo cui contestazioni inizialmente durissime finiscono spesso ridimensionate, lasciando nelle forze dell’ordine la sensazione di essere abbandonate proprio dalle istituzioni che dovrebbero tutelarle. Non servono tribunali speciali né nuove leggi scritte sull’onda dell’emergenza. Servono l’applicazione rigorosa delle norme esistenti, l’individuazione delle strutture organizzative, il divieto di utilizzare manifestazioni e festival come copertura logistica e la certezza che chi attacca un agente o incendia un mezzo dello Stato paghi davvero.
La libertà di manifestare va protetta. Proprio per questo deve essere sottratta a chi la usa come lasciapassare per la guerriglia. Dopo anni di cecità, indulgenza e complicità culturale, il tempo degli equivoci è terminato. Chi dissente manifesta. Chi assalta, incendia e ferisce delinque. E chi rivendica quelle azioni non può continuare a essere accolto nei salotti della sinistra come un romantico difensore della montagna. Lo Stato ha già arretrato abbastanza. Ora basta.
Massimo Balsamo, 28 luglio 2026
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