L’ennesimo colmo dei colmi sul conflitto israelo-palestinese: i 22 paesi della Lega Araba (molti dei quali neanche riconoscono Israele) condannano gli avvenimenti del 7 ottobre e chiedono ad Hamas di disarmarsi: una posizione ben più moderata e illuminata rispetto a quelle della sinistra italiana ed europea.
A Gaza la diplomazia si sta traducendo in una spirale infinita di parole vuote e di guerra a oltranza. Una situazione che inizia a tediare anche chi certamente non nutre forti simpatie verso Tel Aviv. Infatti, nelle scorse ore, la Lega Araba ha sorprendentemente deciso di compiere un passo concreto e inatteso, condannando gli avvenimenti del 7 ottobre e chiedendo ad Hamas di disarmarsi. Una presa di posizione che mette sul tavolo un principio semplice e chiaro: chi sta utilizzando i palestinesi come scudo e poi fa vittimismo per sperare di continuare a sopravvivere deve arrendersi e abbandonare Gaza.
La dichiarazione dei paesi arabi stupisce e costituisce davvero un’azione dal grande rilievo internazionale soprattutto se si guarda a quello che è l’approccio occidentale sulla questione: ancora oggi la sinistra europea sta giocando di sponda sulla questione Hamas pur di crocifiggere il governo di Tel Aviv. Difatti, mentre la Lega Araba prova a mettere un po’ di pragmatismo in un conflitto che ha causato troppo dolore e troppe vittime, buona parte della sinistra europea continua a navigare a vista in un mare di ideologie e retorica, spesso incapace di riconoscere una verità semplice: con i terroristi non c’è pace possibile. Per questo la fine del conflitto può concretizzarsi solo con la resa dell’organizzazione terroristica. E, pensate un po’: prima dei vari Bonelli e Fratoianni c’è arrivata persino una organizzazione che rappresenta Stati dove la retorica bellica è spesso la lingua preferita per le relazioni internazionali!
Purtroppo, per molti esponenti socialisti, Hamas resta un affascinantissimo simbolo di “resistenza”, parola magica che come un incantesimo trasforma un’organizzazione che sceglie quotidianamente la violenza in una vittima sacrificale. Questa ambiguità non è semplicemente una questione di linguaggio, ma ha ripercussioni concrete. Giustificare o minimizzare l’uso della violenza da parte di Hamas significa di fatto legittimare un ciclo infinito di conflitti che produce solo morte e distruzione, senza alcuna reale prospettiva di pace.
In che modo si può riconoscere uno Stato ove le ultime elezioni sono state vinte da un’organizzazione terroristica? L’Occidente quotidianamente dimentica, o fa finta di dimenticare, l’ascendente che Hamas ha avuto e ancora oggi ha all’interno della Striscia. E siccome la pace si costruisce con il dialogo e non con le bombe, non può esserci mediazione con un gruppo terroristico che è stato in grado persino di smontare gli acquedotti regalati dall’Ue lungo la striscia per costruirci i telai dei missili.
Ma questo è un concetto ormai davvero difficile da insegnare a chi preferisce la condanna unilaterale di Israele e l’attribuzione a fallo di loppide del termine “genocidio” senza mai affrontare la responsabilità primaria della violenza.
In sintesi, mentre del grande problema di Hamas sulla Striscia se ne è accorta persino la Lega Araba, i vari politici progressisti e le decine di osservatori ONU continuano a ripetere ogni giorno manco fossero Guzzanti “Guerra Brutto!” (Ma dai?) e vanno a dormire sereni convinti di aver fatto il loro nel tentativo di concludere il conflitto.
Alessandro Bonelli, 1° agosto 2025
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