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La libertà spiegata da Constant

benjamin constant

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Il nostro tempo continua a interrogarci in maniera sempre più generale, ovvero per quanto riguarda il modo in cui si reagisce politicamente a un’emergenza, e allo stesso tempo particolare, ovvero per quanto riguarda le libertà individuali di ciascuno di noi, sulla relazione tra potere politico e singola persona. Se io non sono totalmente padrone di me stesso, ovvero se non posso determinarmi, nel bene e nel male, in completa autocoscienza e libertà, anche consapevole dei rischi che eventualmente posso correre, posso anche dichiararmi libero? Posso ancora sentirmi davvero libero? E quale è la relazione tra il modo in cui noi oggi ci sentiamo liberi, o non ci sentiamo tali, e il modo in cui invece erano liberi “gli antichi”?

Il manifesto del pensiero liberale

Duecento anni fa, nel 1820, viene pubblicata La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni (Liberilibri), una conferenza tenuta da Benjamin Constant nel 1819 all’Athénée Royal di Parigi, che diventa fin da subito una sorta di manifesto del pensiero liberale, e resta nel tempo il suo discorso più conosciuto. Un discorso trascinante, animato da una passione che va di pari passo con la lucidità del pensiero di Constant il quale – attraverso un parallelo di grande suggestione tra la sensibilità antica e quella moderna – mostra come una società non possa definirsi veramente libera se, oltre ai diritti politici, non garantisce all’individuo la piena potestà su se stesso e sul proprio modo di vivere.

«Un documento fondamentale del pensiero liberale ottocentesco e più in genere del pensiero politico moderno», come ricorda nelle pagine introduttive il curatore del volume Luca Arnaudo, che fornisce anche «spunti preziosi e fecondi per riflessioni e distinzioni sul nostro presente, quasi che, proprio additando a un confronto tra antichi e moderni, obblighi poi i contemporanei a misurarsi con quei moderni di cui sono figli.» Eh già, il nostro presente, è proprio questo il punto. È proprio qui che noi contemporanei comprendiamo l’attualità e la grandezza di Constant. Che con le sue parole ci obbliga a riflettere sulla nostra condizione, a chiederci che cosa resta dell’individualismo responsabile da lui espresso, a misurarci con quel paragone che risulta oggi per noi imbarazzante. Imbarazzante perché pone in evidenza una nostra mancanza rispetto a una necessaria pretesa di libertà da affermare sempre, perché è questa stessa pretesa di libertà a determinarci come individui responsabili che si autodeterminano, ovvero che trovano il loro posto nel mondo.

Politica, potere e libertà

Il libro ci riserva anche il piacere di altri due scritti di Constant. Il primo, Nota sulla sovranità del popolo e i suoi limiti, affronta criticamente la nuova superstizione politica di matrice rousseauiana, denunciando la natura mistificatoria del riferimento alla volontà popolare che gli Stati democratici utilizzano per legittimare il loro potere illimitato e per realizzare quel che nessun tiranno oserebbe fare a nome proprio (questione, anche questa, di assoluta attualità). Il secondo, La letteratura nei suoi rapporti con la libertà, è la dimostrazione appassionata di come la letteratura sia sempre il riflesso della libertà dei tempi in cui nasce, e di come trovi la sua autenticità solo attingendo ad essa.

Liberilibri, 18 marzo 2021