La scena finale è quella che resta in testa: una madre in sedia a rotelle, fuori dal pronto soccorso di Magenta, che urla disperata: “Perché? Perché me l’hanno ammazzato?”. Straziante, umanamente. Ma la domanda, purtroppo, ha una risposta che nessuno in quella folla di duecento persone rom – arrivate a devastare l’ingresso del pronto soccorso – sembra voler pronunciare: perché suo figlio era entrato in una casa non sua.
La dinamica
Adamo Massa, 37 anni, sinti torinese, precedenti che occuperebbero un’intera cartellina giudiziaria, sarebbe dovuto diventare padre di nuovo tra poco. Invece, ieri mattina a Lonate Pozzolo (provincia di Varese) ha scelto altro: un’Audi scura con targa clonata, due complici, un giro di perlustrazione davanti a una villa. Suonano, nessuno risponde: il colpo pare semplice. Entrano dal retro, scavalcano, sfondano il vetro della cucina. Fine del piano “facile”. Peccato che in casa ci fosse Jonathan Rivolta, 33 anni, ricercatore. Sente il botto, si spaventa – e ci mancherebbe – prende un coltello da trekking e scende. Racconterà: “Ho alzato istintivamente la mano in cui avevo il coltello”. Una frase che, in un Paese normale, dovrebbe bastare a spiegare tutto.
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La colluttazione, i pugni, il fendente
La realtà è che a rimetterci, in quel primo corpo a corpo, è proprio il giovane ricercatore: colpito in faccia, sbattuto contro lo stipite della porta. Ma in quella lotta disperata riesce a colpire uno dei due ladri: Massa. I complici scappano, lo caricano sull’Audi e lo mollano davanti al pronto soccorso di Magenta, sanguinante. Nessuno di loro resta. Nessuno prova a spiegare. Nessuno è lì quando i medici tentano invano di salvarlo. Massa muore prima di arrivare in sala operatoria. Quando arrivano i soccorsi nella villa, Jonathan è seduto su una sedia, con la faccia devastata dai colpi. Teme che i ladri tornino, teme per i genitori che non sono in casa. Lo portano al pronto soccorso di Gallarate. Le indagini confermano che il suo racconto è coerente. L’ipotesi è legittima difesa.
La folla in ospedale e la vera domanda
Alla notizia della morte, al pronto soccorso di Magenta arrivano in duecento. Rompono una porta, cercano di sfondare per raggiungere il cadavere. Serve l’intervento di otto pattuglie dei carabinieri. Tra la confusione, si sente solo una voce, quella della madre: “Perché? Perché me l’hanno ammazzato?”. È una domanda che colpisce. Ma è anche la domanda sbagliata. La domanda giusta sarebbe: perché era lì? Perché continuava a entrare nelle case degli altri? Perché una vita intera spesa nei furti, nelle truffe, nelle auto camuffate, invece che accanto a quella compagna e a quel figlio che ora restano soli? La risposta, per quanto tragica, non la devono dare né il ricercatore né i carabinieri. La risposta sta nei fatti: se entri in casa altrui sfondando una finestra, non stai andando a portare una torta. E non dovrebbe scandalizzare nessuno ricordarlo proprio mentre una madre piange.
Franco Lodige, 15 gennaio 2026
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