Politica

Legittima difesa, una riforma che rompe l’equivalenza vittima-aggressore

Comprensione sistematica per l'aggressore e diffidenza verso l'aggredito minano la fiducia nello Stato. La tolleranza non può spingersi al punto di disarmare moralmente chi rispetta le regole

Rapina a mano armata

Quando Dario Giagoni, deputato della Lega, parla di legittima difesa non lo fa da teorico del diritto né da politico che rincorre uno slogan, ma da uomo che rivendica una conoscenza diretta della paura. “Parlo da parlamentare, da padre, ma soprattutto da figlio di un carabiniere”, dice, e in quella sequenza di ruoli c’è già una gerarchia di valori chiara.

Il fattore umano

La legittima difesa, per Giagoni, non nasce nei codici commentati ma nelle stazioni di notte, nei corridoi bui, nelle case violate. È un fatto umano prima ancora che giuridico. È il gelo che ti blocca il respiro quando capisci che qualcuno ha superato una soglia che non doveva superare.

Ed è proprio per questo che, secondo Giagoni, lo Stato non può continuare a trattare la difesa come se fosse un esercizio di razionalità pura, come se chi subisce un’aggressione avesse il tempo e la lucidità di un giudice seduto in tribunale. “Chiedere proporzionalità a chi ha il cuore che batte a duemila – osserva – è come chiedere a chi sta annegando di misurare la temperatura dell’acqua”.

In quei secondi non sei un giurista, non sei un interprete della norma: sei un essere umano che cerca di tornare vivo dai propri figli. È su questo scarto, tra la vita reale e l’astrazione burocratica, che Giagoni fonda la sua battaglia politica.

Ribaltamento dei ruoli

A suo giudizio, l’ingiustizia più grave del sistema precedente non era tanto la punizione in sé, quanto il rovesciamento simbolico dei ruoli: la vittima che, dopo aver rischiato la vita, si ritrova imputata, indagata, costretta a difendersi una seconda volta, questa volta dallo Stato. “Chi viene aggredito ha pochi secondi per decidere della propria vita – afferma – mentre chi giudica ha anni per riflettere comodamente seduto”.

È un’asimmetria che mina la fiducia nelle istituzioni e che produce un messaggio devastante: difendersi è quasi più colpevole che aggredire.

I principi della riforma

Da qui la rivendicazione della riforma sulla legittima difesa e del pacchetto sicurezza, che Giagoni difende con forza contro chi parla di “Far West” o di “licenza di uccidere”. “È una caricatura in malafede”, replica. La riforma non autorizza la violenza, ma riconosce che lo Stato non può misurare “col bilancino” il terrore di chi subisce un’aggressione nel proprio spazio vitale.

Il principio affermato è semplice: chi entra in casa d’altri o aggredisce in una stazione compie una scelta consapevole e si assume il rischio delle proprie azioni; chi si difende esercita un diritto fondamentale. In questo senso, la legittima difesa diventa una questione di civiltà giuridica, non di pulsioni punitive.

Il paradosso della tolleranza

Ed è qui che il discorso di Giagoni incrocia, in modo tutt’altro che teorico, il paradosso della tolleranza formulato da Karl Popper. Popper avvertiva che una società che tollera illimitatamente l’intolleranza finisce per essere distrutta da essa, perché rinuncia a difendere se stessa e le proprie regole fondamentali.

Traslato sul piano della sicurezza e della giustizia penale, il ragionamento è evidente: una comunità che mostra comprensione sistematica per l’aggressore e diffidenza verso l’aggredito produce un paradosso simile, una tolleranza che diventa autonegazione. Se lo Stato, nel nome di un’astratta neutralità, finisce per mettere sullo stesso piano chi viola e chi subisce, allora smette di essere garante dell’ordine e diventa spettatore.

Giagoni non cita Popper per erudizione, ma ne incarna la logica politica: la tolleranza non può spingersi fino al punto di disarmare moralmente chi rispetta le regole. Difendere la legittima difesa significa, in questa chiave, difendere la possibilità stessa di una convivenza civile.

Non si tratta di armare i cittadini contro lo Stato, ma di ribadire che lo Stato sta dalla parte di chi subisce un’ingiustizia concreta, immediata, violenta. “Basta con il paradosso delle vittime che devono pagare i danni ai delinquenti”, insiste Giagoni, perché è proprio lì che la fiducia si spezza e che la legge perde la sua funzione educativa.

La linea tracciata dalla riforma, sostiene, ha messo fine all’odissea giudiziaria di troppe persone perbene, restituendo chiarezza e certezza: se vieni aggredito nel buio di un corridoio, lo Stato è con te, non con chi ti ha tolto il respiro dalla paura.

In conclusione, la visione di Giagoni si riassume in una formula netta, che rifiuta tanto il giustizialismo quanto il permissivismo: la difesa è un diritto, l’aggressione è una scelta. E uno Stato che voglia dirsi giusto non può confondere le due cose, pena cadere in quel paradosso che Popper aveva già indicato come il punto di rottura di ogni società libera.

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