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La politica “credibile” ha quasi dell’incredibile

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Massimiliano Panarari ti stupisce sempre. Durante la fase più dura del lockdown, sulla Stampa, è riuscito a porre la questione delle libertà che venivano compromesse con un decreto presidenziale. Sociologo della comunicazione, ha posto la questione «da sinistra», per intenderci. Anche per questo ho letto con molta curiosità il suo ultimo libro realizzato con Guido Gili che si intitola La credibilità politica (Marsilio). Titolo davvero poco accattivante. Ma vabbè. Il testo è tutt’altro. Un vero e proprio manuale, neanche così tecnico, che i politici o gli aspiranti tali, i leader o gli aspiranti tali, dovrebbero avere sul comodino. Gli autori riconoscono come non si sia mai parlato tanto di credibilità e politica. Temo che questo sia parzialmente vero: ogni epoca è infelice a modo suo, rispetto ai suoi rappresentanti. Ma è certo che negli ultimi anni «si assiste ad un’accelerazione del processo di circolazione delle élite politiche.

Si può parlare addirittura di una vera e propria consumazione delle leadership, dal momento che la velocità con la quale si raccoglie e si costruisce il consenso è pari a quella con cui viene dissipato». E da questa premessa i due autori snocciolano alcuni approfondimenti davvero interessanti. Intanto su cosa effettivamente poggi la credibilità, premessa di ogni leader. Ci spiegano, tra le altre cose, come le competenze dei leader non coincidano con quelle degli esperti (discorso piuttosto attuale). Quali sono poi le caratteristiche tipiche del politico credibile? I maestri erano credibili, ma l’istituzione non lo è più. Ciò non toglie che taluni di loro possano ancora esserlo: sono credibili nel ruolo, più che credibili grazie a esso. La credibilità inoltre è in relazione con una comunità o un singolo che da parte sua «eroga» fiducia. Insomma essa non è una «qualità intrinseca» e quindi «ha una proprietà transitiva per cui può essere trasferita». Questo è un aspetto fondamentale, lo stesso che in fondo noi viviamo tutti i giorni quando ci viene presentata da un amico una terza persona, o quando un leader (Grillo) investe un pupillo (Di Maio).

Ci sono varie forme di trasferimento di credibilità che analizza Panarari e attraverso una carrellata di esempi, forse non volendolo esplicitamente, racconta la contemporanea mestizia politica, prendendole ad esempio del proprio ragionamento sociologico. È una delle parti più interessanti del libro poiché sistematizza un pensiero disordinato, che in fondo tutti noi abbiamo, quando ci chiediamo della nascita di una leadership e della sua repentina caduta. Forse anche in funzione di alcuni bachi in questo trasferimento, oltre che nell’essenza stessa delle qualità individuali. In questo capitolo (il terzo) è istruttivo inoltre vedere come sia il contesto, talvolta, a creare la credibilità: come ad esempio nel caso della «narrazione della società civile superiore a quella politica».