Giusto ieri Sergio Mattarella andava al Bundestag a ricordare l’amicizia che lega Germania e Italia. E giusto oggi i giornali finivano di lodarlo e imbrodarlo per le banalità che ha declamato col solito spirito democristiano. Passano neppure 24 ore che la realpolitik supera i salamelecchi del Quirinale. Friedrich Merz ci regala un’altra perla della nuova stagione “realista” tedesca. Dal palco del vertice economico della Sueddeutsche Zeitung spiega come vede il Vecchio Continente, e lo fa con la stessa delicatezza di un carro armato Leopard. “Per me, l’Europa è prima di tutto Germania e Francia”, proclama il cancelliere. Altro che “tutti uniti, tutti insieme”. Altro che amicizia con l’Italia. Prima ci sono Parigi e Berlino. Una frase che, se fosse stata detta da un qualsiasi leader mediterraneo, avrebbe scatenato editoriali indignati sull’egoismo nazionale. E che magari non sarà stata una vera e propria “risposta” alla visita di Mattarella in Germania, ma certo il tempismo fa riflettere.
Merz comunque ha un merito: dice chiaro ciò che molti pensano sottovoce a Bruxelles. Il mondo cambia, e l’Europa — secondo lui — deve smetterla di cincischiare. “Il mondo sta cambiando così velocemente che l’Europa deve reagire”, ammonisce il cancelliere, pronto ad accogliere Macron a braccia aperte per rilanciare la solita ricetta franco-tedesca: più sovranità digitale, meno dipendenza dagli americani. Insomma, TikTok e Silicon Valley comincino a tremare.
Poi arriva la nostalgia canaglia. Merz ricorda quando il mercato unico era una bella cosa, un sogno di libertà, merce, capitali e persone che circolavano felici come farfalle liberate in primavera. “Volevamo uno spazio aperto di libertà e giustizia… invece è diventato un’autentica mostruosità burocratica”, confessa. E prosegue: “Invece di favorire la libertà, le libertà vengono sempre più limitate. Dobbiamo cambiare questa situazione insieme.”
Parole sante. Peccato che arrivino da uno dei Paesi che quella mostruosità l’hanno alimentata come un tamagotchi impazzito. Ma apprezziamo comunque lo scatto di sincerità. Merz poi si improvvisa falco: serve un’“Unione Europea della Difesa”, perché senza caschi, missili e server blindati non si campa. “La minaccia all’Ucraina è anche una minaccia permanente alle nostre democrazie”, avverte, e qui si sente l’eco di Washington che batte le mani.
Fin qui la geopolitica. Ma la parte migliore arriva quando si parla di politica interna. In Germania c’è chi sussurra che la grande coalizione possa saltare come un fusibile bruciato. I giovani della Cdu minacciano di far fuori la riforma delle pensioni. I giornali parlano di governo di minoranza. Il Bundestag pare una puntata di Boris versione teutonica.
Merz però, da uomo tutto d’un pezzo, sbatte i pugni sul tavolo: “Dal mio punto di vista, è fuori questione”. E rincara: “C’è qualcuno che crede seriamente che potremmo lavorare in questo Bundestag con maggioranze variabili e continuare a svolgere un lavoro legislativo sensato?” Tradotto: non se ne parla nemmeno.
Ma la storia, ahimè, lo smentisce. Perché i governi di minoranza in Germania ci sono stati eccome — persino il suo predecessore Scholz ci ha campato sei mesi, in mezzo alle macerie della coalizione semaforo. Dettagli che il cancelliere sorvola con elegante sicurezza. Alla domanda fatidica — “La coalizione esisterà ancora l’anno prossimo?” — Merz risponde come se gli avessero chiesto se domani sorge il sole: “Sì, certo.” E sul governo di minoranza: “Con tutto il rispetto: questa non è una questione da poco.”
Insomma, guai anche solo a immaginarselo. Peccato che, con i Giovani della Cdu pronti a impugnare la scure sulle pensioni, qualcosa da poco non sembri affatto.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


