Caffè avvelenato

La tortura di serie A

Ogni giorno un po' di veleno sulle cose del mondo

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Qui al bar siamo dei sentimentali: quando sentiamo parlare di dolore, sofferenza, umiliazioni, istintivamente stiamo dalla parte di chi li subisce. Chiunque esso sia. Pure il più antipatico del mondo. Pure se è Greta Thunberg, la quale ha denunciato di essere stata presa a calci e pugni, legata, costretta a patire la sete. Pure se è Saverio Tommasi, sbeffeggiato con il soprannome di “Bitini”, che significa stupido o imbecille e che lui sarebbe stato obbligato a ripetere. Siamo rimasti impressionati anche dalle testimonianze di alcuni palestinesi scarcerati, magari non tutti terroristi o stupratori, i quali hanno riferito di violenze e soprusi subiti dagli israeliani.

Poi però ci siamo chiesti: perché questi attivisti tanto sensibili nei confronti dei patimenti dei palestinesi, oltre che dei propri – Greta si è ripresentata in aeroporto senza manco un segno visibile che lasciasse pensare a delle percosse, ma noi le crediamo sulla parola – non sembrano essersi mai preoccupati dei prigionieri ebrei nelle mani di Hamas? La signora Francesca Albanese, anzi, si era persino indignata perché un sindaco, in un teatro, accanto a lei, si era permesso di invocarne la liberazione. Eppure, i racconti degli israeliani finalmente restituiti alle loro famiglie sono altrettanto agghiaccianti: chi si è dovuto scavare la fossa nel tunnel in cui era stato segregato, chi si era ferito ed è stato operato senza anestesia. Perché le torture che sarebbero state inflitte ai velisti della Flotilla sono un dogma di fede e invece ci si può mettere a dubitare delle donne stuprate o dei bambini sgozzati dai guerriglieri, come fa qualcuno su Internet? Esistono vittime di serie A e di serie B? Esistono torture di serie A e di serie B? Gli israeliani sono troppo “Bitini” per meritarsi la nostra compassione?

Il Barista, 16 ottobre

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