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La vera storia di Beatrice Portinari, la donna amata da Dante Alighieri

Madama Bice: quel "Sì" che fa la storia

Esiste un momento preciso in cui Beatrice amata da Dante Alighieri smette di essere solo una musa letteraria e diventa una donna in carne e ossa, protagonista della vita quotidiana nella Firenze del Duecento. Questo momento è racchiuso in un atto notarile datato mercoledì 26 febbraio 1280 (che secondo il nostro calendario moderno era già il 1281).

In quel giorno d’inverno, Mone (Simone), figlio di Geri di Ricco dei Bardi, decide di vendere alcuni possedimenti a suo fratello Cecchino. Si tratta di terre e di una casa situate in una località chiamata “al Buco”, nel piviere di Ripoli. L’atto non è solo una questione tra fratelli: per rendere valida la vendita, è necessario il consenso della moglie di Mone. Ed è qui che compare lei: Madonna Bice. È l’unica volta in cui la Beatrice Portinari storica appare “in prima persona” in un documento ufficiale dell’epoca, confermando con la sua presenza il legame matrimoniale con la potente famiglia dei Bardi.

A sorvegliare la regolarità dello scambio, tra i confinanti e i testimoni, compaiono nomi illustri della Firenze del tempo: Gualterotto di Maffeo, Giannuzzo di Scolaio, Ruggero del fu Rosso e Maffeo del fu Tommasino. Il tutto viene messo nero su bianco dal notaio Giunta di Spigliato, nella zona di Santa Lucia dei Magnoli.

La storia di questo documento è avventurosa quanto il suo contenuto. Per secoli, la pergamena originale è stata custodita gelosamente dagli eredi della famiglia Bardi. Sappiamo che nel Seicento si trovava nella collezione di Vincenzo Usimbardi e che il senatore Carlo Strozzi, intorno al 1635, ebbe la lungimiranza di trascriverne il contenuto nei suoi manoscritti (oggi conservati alla Biblioteca Nazionale di Firenze).

Il destino del documento originale, purtroppo, è avvolto nel mistero: Nel 1676, gli eredi Bardi depositarono undici pergamene preziosissime, tra cui questa, in una cassetta speciale dell’Archivio Generale dei Contratti. Il trasloco nel Settecento, con le riforme del Granduca Pietro Leopoldo, il materiale fu trasferito verso quello che oggi è l’Archivio Diplomatico. Al termine di questi passaggi, di quelle undici pergamene ne arrivò a destinazione soltanto una (un atto precedente del giugno 1280). Le altre dieci, inclusa quella che portava la “firma” ideale di Beatrice, svanirono nel nulla.

Fortunatamente, grazie alla copia di Carlo Strozzi, oggi possiamo ancora leggere i dettagli di quell’atto: una traccia indelebile della vera Bice, che per un attimo uscì dai versi della Divina Commedia per entrare in una stanza notarile.

Cosa ne è stato delle dieci pergamene scomparse tra il 1676 e la fine del Settecento? Sebbene non abbiamo certezze, possiamo avanzare un’ipotesi affascinante. Nei primi anni Quaranta del XVIII secolo, con l’estinzione della famiglia Usimbardi (discendenti di Simone de’ Bardi), scoppiò una contesa ereditaria tra diverse casate: gli Alamanni, i Cerchi e vari rami dei Bardi. Poiché quei documenti erano considerati preziosissimi, è molto probabile che qualcuno li abbia prelevati per trascriverli o usarli come prova legale. Forse oggi riposano ancora, dimenticati, in qualche antico archivio privato di queste famiglie, in attesa di essere riscoperti.

Ma perché quel singolo documento del 26 febbraio 1281 è così importante? La risposta è semplice: ci permette di ricostruire la cronologia della vita di Beatrice con una precisione quasi chirurgica. L’età di Bice: Sapendo che si sposa nel 1281, e considerando che all’epoca le nobildonne andavano all’altare intorno ai quindici anni, possiamo collocare la sua nascita nel 1265. Questo la rende esattamente contemporanea di Dante Alighieri.

Grazie alle carte, scopriamo che Simone (Mone) dei Bardi era rimasto vedovo da pochissimo. La sua prima moglie, Gemma dei Pulci, era morta intorno al 25 settembre 1280 (fatto confermato anni dopo da una causa legale intentata dalla figlia Bartola per l’eredità materna).

Incastrando le date come in un puzzle, il margine per le nozze tra Beatrice e Simone si stringe incredibilmente. Tra la morte della prima moglie (settembre) e l’atto di vendita (febbraio), bisogna escludere il periodo del lutto stretto e il tempo dell’Avvento, durante il quale la Chiesa non celebrava matrimoni.

Resta una finestra brevissima: tra gennaio e il 25 febbraio 1281. È molto probabile che Beatrice sia diventata ufficialmente “Madonna Bice dei Bardi” proprio in quel febbraio, pochi giorni prima di apporre il suo consenso a quell’atto di vendita. Un dettaglio curioso lega tutte queste carte: la firma di Giunta di Spigliato. Era lui il notaio di fiducia del ramo dei Bardi e fu certamente lui a redigere anche il contratto di dote di Beatrice.

All’epoca, queste doti non erano solo simboliche: quando una nobildonna Portinari entrava in una famiglia di potenti banchieri come i Bardi, il suo capitale veniva immediatamente reinvestito negli affari di famiglia. Beatrice, dunque, non era solo la fanciulla eterea dei poeti, ma una donna il cui ingresso in famiglia portava con sé alleanze politiche e solidità economica.

Il mistero della data di morte: nasce la “Teoria Masi”

Se la storia di Beatrice fosse un film, questo sarebbe il colpo di scena finale. Esiste un documento, conservato nell’Archivio di Stato di Firenze (Fondo Bardi), che mette in discussione una delle certezze più radicate della letteratura italiana: la data di morte della musa di Dante.

Secondo la tradizione letteraria e quanto scritto da Dante nella Vita Nova, Beatrice Portinari morì nel 1290. Tuttavia, un antico albero genealogico della famiglia Bardi risalente all’inizio del XVII secolo riporta una nota sorprendente: accanto al nome di Simone e di sua moglie Bice, compaiono due date, il 1280 e il 1295. Quest’ultima data suggerirebbe che Beatrice fosse ancora in vita cinque anni dopo quanto tramandato dal Sommo Poeta. Questa ipotesi, sostenuta dallo studioso Samuele Masi, viene oggi chiamata Teoria Masi.

Sebbene possa sembrare una svista dei genealogisti del Seicento, questa teoria si basa su un ragionamento storico solido: L’albero genealogico fu compilato basandosi su carte originali che i Bardi avevano in casa e la data del 1280 citata nell’albero trova conferma nell’atto notarile che abbiamo già analizzato. Perché, dunque, la data del 1295 dovrebbe essere inventata?

Per risolvere il giallo, dobbiamo guardare a cosa accadde dopo. Sappiamo con certezza che alla fine del Duecento Beatrice era già scomparsa, perché Simone dei Bardi si era risposato per la terza volta con Lisa degli Ubaldini. Da questo terzo matrimonio nacquero diversi figli che ci aiutano a tracciare i tempi. Giorgio, nato tra la fine del XIII secolo e i primi anni del XIV. Costanza, che nel 1321, al momento del testamento del padre, era ancora un’adolescente. Francesca, che andò in sposa a Francesco di Pinaccio Strozzi nel 1313. Considerando che le ragazze si sposavano tra i 15 e i 18 anni, Francesca deve essere nata tra il 1295 e il 1300.

Se accettiamo quanto detto, Beatrice non sarebbe morta nel 1290, ma nel 1295. Subito dopo la sua scomparsa, Simone avrebbe preso in moglie Lisa degli Ubaldini, dando inizio a una nuova discendenza. Questa ricostruzione sposta Beatrice dal piano puramente simbolico e poetico della Vita Nova a quello di una donna reale, la cui vita biologica potrebbe aver seguito un percorso leggermente diverso da quello immortalato dai versi danteschi, ma perfettamente coerente con i documenti d’archivio della famiglia Bardi.

Le ultime volontà di Simone: il codicillo del 1321

Per chiudere il cerchio sulla vita di Simone dei Bardi, dobbiamo spostarci avanti nel tempo fino al 7 settembre 1321. In quel giorno, all’interno dell’Ospedale di San Bonifacio a Firenze (un luogo caro alla famiglia Bardi, che ne deteneva il patronato), il notaio Michele Mangiadori mette nero su bianco le ultime volontà di Simone.

Questo documento non è il testamento principale (che purtroppo è andato perduto), ma un codicillo: una sorta di aggiunta o aggiornamento fatto in punto di morte per regolare questioni rimaste in sospeso. Il testo è una fotografia preziosa della famiglia Bardi all’inizio del Trecento. Simone sente il bisogno di tutelare chi non era stato incluso nel testamento precedente.

Costanza: Viene citata per prima. È ancora un’adolescente e non è ancora sposata, perciò il padre le assegna ufficialmente una dote per garantirle un futuro decoroso. I figli illegittimi: In un gesto di responsabilità tipico dei grandi signori dell’epoca, Simone riconosce e provvede anche per due figli nati fuori dal matrimonio, Bistruffo e Casentino.

Nel documento non compaiono le altre figlie, ma non perché fossero state dimenticate. Dada, Bartola e Francesca erano state probabilmente già sistemate nel testamento originale o avevano ricevuto la loro parte di eredità al momento delle nozze. Sappiamo infatti che avevano stretto legami importanti: Bartola aveva sposato Francesco Beccarugi. Dada era andata in moglie al notaio Ser Paniccia di Duccio da Poggibonsi. Francesca era entrata nella potente famiglia degli Strozzi, sposando Francesco di Pinaccio. L’unico figlio maschio legittimo era Giorgio.

Dada: la figlia di Beatrice?

Se Beatrice è stata una figura reale e non solo un’icona poetica, la domanda sorge spontanea: ha avuto dei figli? Incrociando le date e i documenti notarili, noi abbiamo individuato un nome: Dada.
Secondo le ricostruzioni storiche, Dada è l’unica tra i figli di Simone dei Bardi che può essere attribuita con quasi totale certezza al matrimonio con Beatrice Portinari. Ecco gli indizi che portano a questa conclusione: Per capire chi fosse la madre di Dada, abbiamo analizzato la vita di suo marito, il notaio Ser Paniccia di Duccio da Poggibonsi, e quella dei loro figli. Il marito, Ser Paniccia, iniziò a firmare i suoi primi atti notarili nel 1292.

Questo significa che all’epoca era già un uomo adulto e in carriera. Per ragioni anagrafiche, sua moglie non poteva essere nata troppo tardi (come nel caso delle figlie avute da Simone con la terza moglie dopo il 1295). Negli anni Trenta del Trecento, i figli di Dada e Ser Paniccia risultano già “attivi”, ovvero adulti impegnati nella società. Questo colloca la loro nascita tra la fine del Duecento e i primissimi anni del Trecento. Tornando a ritroso, se i figli di Dada sono nati in quel periodo, la madre deve essere nata necessariamente nel decennio tra il 1280 e il 1290. Questo è esattamente il periodo in cui Simone dei Bardi era sposato con Beatrice Portinari. Mentre le altre figlie (come Francesca o Costanza) appaiono legate cronologicamente al terzo matrimonio di Simone, Dada si inserisce perfettamente nella finestra temporale in cui “Madonna Bice” era la signora di casa Bardi.

Dada, dunque, rappresenta il legame vivente più concreto che ci resta della musa di Dante: una donna che ha portato il sangue dei Portinari e dei Bardi nella Firenze del XIII secolo. La vita di Simone di Geri dei Bardi si conclude in un luogo di sofferenza e carità: il suo letto di morte si trovava nell’ospedale di Sant’Eusebio (conosciuto anche come l’ospedale degli Incurabili) a Firenze. È qui che, come abbiamo visto, il 7 settembre 1321 dettò le sue ultime volontà, affidando al notaio i pensieri finali per la sua numerosa e complessa famiglia.

Simone morì presumibilmente quello stesso giorno o quello successivo. Ma il dettaglio che rende questa data davvero straordinaria è la sua vicinanza con un altro addio celebre. A più di cento chilometri di distanza, a Ravenna, Dante Alighieri stava esalando il suo ultimo respiro. Il poeta che aveva reso Beatrice immortale morì infatti il 14 settembre 1321, appena una settimana dopo il marito “terreno” della sua musa.

Il cerchio si chiude

Per uno strano e affascinante scherzo del destino, l’autunno del 1321 portò via contemporaneamente i due uomini che avevano segnato la vita di Bice Portinari: Simone, che le aveva dato un nome, una casa e una figlia, vivendo con lei la quotidianità di una Firenze mercantile e concreta. Dante, che l’aveva trasfigurata in un simbolo eterno di salvezza, rendendo il suo nome eterno attraverso i secoli.

Entrambi, a pochi giorni di distanza, chiusero il loro viaggio terreno, lasciando alle pergamene d’archivio e ai versi della Commedia il compito di raccontare chi fosse stata davvero quella donna chiamata Madonna Bice.

Professore Domenico Savini e Samuele Masi, Storico e Araldista

 

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