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La verità della letteratura

Antonio Spadaro, nel saggio "La pagina che illumina", ci spiega come la letteratura sia il mondo di un altro che spiega il nostro

spadaro la pagina che illumina
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Analfabeti. Anche se ormai grandi, spesso siamo analfabeti rispetto a quel che siamo e a quel che vogliamo, perché il mondo dentro non si legge così facilmente: ha bisogno di essere svolto, decifrato, narrato. Ci sono incontri, tuttavia, che ci regalano le parole che ci mancano, quelle parole che raccolgono i nostri mille pezzi e li ricompongono con grazia. A volte arrivano dagli uomini e a volte dai libri, ma l’effetto sullo spirito è lo stesso, perché “alla fine di ogni libro, ciò che resta è il volto di un uomo”.

Quando questo avviene si accende un sole, si illumina la nostra trama che acquista significato, cominciamo così a raccontare, a vivere e usiamo le parole per essere. In questo senso potremmo dire che la narrazione è l’inizio della nostra libertà; nel momento in cui io racconto, lì, per me, si apre uno spazio di libertà. Narrare significa liberare l’esperienza della nostra vita dal mutismo, dall’isolamento comunicativo, significa far sprigionare da essa una maggiore energia di vita. L’uomo racconta storie per liberare la sua storia dal rischio di una muta insignificanza.

Ma da dove raccogliamo il nostro racconto? Dall’esperienza diretta o dall’esperienza di una creazione artistica, un’opera letteraria ad esempio, un modo eccezionale per avere un nostro raccolto. Se incontriamo una pagina che ci illumina, sentiamo un accrescimento del tono vitale, ci sentiamo più attaccati alla vita “allora vuol dire che in quell’opera c’era la vita, c’era cioè la poesia. Se, al contrario, una lettura ci lascia diminuiti, depressi, svuotati, nauseati, allora vuol dire che la poesia non c’era, che la vita non c’era” (Carlo Cassola, 1973).

Antonio Spadaro, nel saggio La pagina che illumina, ci spiega come la letteratura sia un mondo, il mondo di un altro che, paradossalmente, spiega il nostro. La letteratura serve a sviluppare le immagini della vita, a salvare la nostra esistenza dall’incomprensibilità. La verità della letteratura consiste nella sua capacità di parlare della nostra vita interpretandola al di là di sé, della sua mera apparenza, si crea dunque una relazione forte tra lettore e libro nella quale, mentre legge, si legge, cioè legge sé stesso.

Il lettore partecipa con l’immaginazione e la percezione, si immerge. Ma ognuno di noi ha una natura percettiva differente, pertanto, una parola gettata nel nostro mondo crea delle increspature, dei nessi che fanno emergere parti nuove di noi a noi stessi, perché in quelle pieghe non dette dall’autore ci mettiamo il nostro, un nostro che viene alla luce per la prima volta. Cominciamo a partecipare così della creazione poetica, di quell’ispirazione che è conoscenza attenta e ardente del mondo, disperata ricerca, nostalgia di infinito, acuta capacità di ascoltare il dolore. Che cosa potrebbe esserci di più vero e alto della parola poetica, per metterci a contatto con quanto di più autentico e profondo è nel nostro esistere?

La Ripartenza

Ci immergiamo dunque non in un gorgo oscuro, ma in una freschezza sorgiva. L’ispirazione conduce il poeta e l’artista su quell’orlo abissale al mistero della sua scaturigine, secondo Karol Wojtyla: “Ogni autentica ispirazione […] racchiude in sé qualche fremito di quel ‘soffio’ con cui lo Spirito creatore pervadeva sin dall’inizio l’opera della creazione. Presiedendo alle misteriose leggi che governano l’universo, il divino soffio dello Spirito creatore s’incontra con il genio dell’uomo e ne stimola la capacità creativa. Lo raggiunge una sorta di illuminazione interiore, che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello, e risveglia in lui le energie della mente e del cuore rendendolo atto a concepire l’idea e a darle forma nell’opera d’arte”.

Leggere in modo efficace significa dunque entrare con fede in un mondo diverso rispetto al nostro, per comprendere a fondo il senso della nostra vita. Non avere fede poetica significherebbe alla fine narcotizzare il reale, spegnerlo, renderlo piatto, superficiale, scarno, secco e questa aridità va combattuta strenuamente, perché avvizzisce quel che siamo: libere storie.

Fiorenza Cirillo, 15 giugno 2025

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