
C’è un momento in cui l’inchiesta smette di essere controllo del potere e diventa essa stessa potere. È quando il sospetto vale più della prova, il titolo più della sentenza, la gogna più del processo. Il caso di Vittorio Sgarbi lo dimostra con brutale evidenza.
Per mesi un circuito mediatico-giudiziario, alimentato da trasmissioni come Report e da testate come Il Fatto Quotidiano, ha colpito l’allora sottosegretario alla Cultura con una raffica di inchieste, accuse e ricostruzioni. Il bombardamento è stato continuo. L’effetto è stato devastante: isolamento politico, delegittimazione morale, logoramento personale fino a una gravissima depressione.
Poi è arrivata la giustizia vera. Il Tribunale di Reggio Emilia ha stabilito la sua innocenza. Ma quando l’assoluzione segue la condanna mediatica, il danno è già compiuto. La reputazione distrutta non si ricompone con una sentenza letta in aula. La macchina del sospetto non conosce retromarcia.
Non è un incidente. È un metodo. Dal 1992 in poi, sull’onda di Mani Pulite, si è affermato un modello in cui l’avviso di garanzia diventa marchio d’infamia e l’inchiesta giornalistica si intreccia con quella giudiziaria in un circuito che produce consenso, potere e vendite. Nel frattempo, le persone diventano bersagli. Non imputati: bersagli.
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Qui non si tratta di difendere un uomo politico. Si tratta di difendere un principio cardine dello Stato di diritto: la presunzione di innocenza. Se un’indagine televisiva può abbattere una carriera e compromettere la salute di una persona prima che un giudice si pronunci, significa che l’equilibrio tra i poteri si è spezzato.
Il caso Sgarbi è la prova plastica dell’esistenza di una “Repubblica giudiziaria”: un assetto informale in cui magistratura e media finiscono per orientare la vita pubblica senza un adeguato contrappeso democratico. E quando l’innocenza arriva tardi, non cancella la sofferenza né restituisce ciò che è stato tolto.
Per queste ragioni, il referendum sulla giustizia non rappresenta una mera questione tecnica, ma una scelta di sistema. Si tratta di decidere se vogliamo uno Stato in cui la sentenza la emette un tribunale oppure una redazione giornalistica o radio-televisiva.
In questo senso, il caso Sgarbi rappresenta senz’altro un punto di svolta e offre un motivo in più per votare Sì. Non per risarcire qualcuno, ma per ristabilire un principio. Perché nessuna democrazia può dirsi sana se la vita di un cittadino può essere massacrata ancor prima che un giudice abbia potuto emettere la sua sentenza.
Salvatore di Bartolo, 17 febbraio 2026
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