Alla fine Leonardo Maria Del Vecchio un pezzetto del Fatto Quotidiano se l’è comprato davvero. Piccolo, per carità. Appena il 2%. Ma sufficiente per mettere in scena un curioso paradosso: il giornale che per giorni ha rivendicato orgogliosamente di non avere padroni adesso ha tra i propri azionisti proprio quell’imprenditore che aveva cercato di tener fuori dalla porta.
L’annuncio è arrivato oggi, 6 novembre, con una fotografia pubblicata su X. Del Vecchio, occhiali da sole, una copia del quotidiano tra le mani e, a quanto pare, un jet privato come sfondo. Il messaggio è di quelli che non hanno bisogno di troppe spiegazioni: «Anch’io ho comprato Il Fatto. Il 2%».
Una provocazione? Certamente. Ma anche un investimento reale, confermato dal portavoce dell’imprenditore all’agenzia Reuters.
Per capire il senso della mossa bisogna tornare a pochi giorni fa. Del Vecchio aveva manifestato l’intenzione di lanciare un’offerta pubblica di acquisto su Seif, la società editrice del quotidiano diretto da Marco Travaglio. Sul tavolo un’operazione da circa 7,15 milioni di euro, con un’offerta di 0,286 euro per azione.
La risposta dei soci fondatori era stata un no categorico. Niente vendita delle quote e niente accesso alla due diligence, cioè all’esame approfondito dei conti necessario per valutare l’operazione. Così, il 29 ottobre, Lmdv Media aveva annunciato di non voler procedere, almeno per il momento, con l’Opa.
Travaglio aveva addirittura trasformato la vicenda in una battaglia per l’indipendenza del giornale. Dal palco del Teatro Palladium aveva rivendicato che il Fatto era nato per non avere padroni, invitando l’imprenditore a rivolgersi ad altre testate.
Legittimo, sia chiaro. Nessuno è obbligato a vendere le proprie azioni. E i fondatori di un giornale hanno tutto il diritto di difenderne l’identità editoriale. Però c’è un dettaglio: Seif è una società quotata in Borsa. E le azioni che circolano sul mercato possono essere acquistate anche da chi non è particolarmente gradito al direttore.
Ed è esattamente quello che ha fatto Del Vecchio.
Il punto, naturalmente, non è che con il 2% possa comandare in redazione. Non può. I soci fondatori conservano il controllo e lo statuto della società contiene specifiche limitazioni alla concentrazione delle partecipazioni. Ma sul piano simbolico il messaggio è piuttosto evidente.
Peraltro, i rapporti tra l’imprenditore e il quotidiano erano tutt’altro che idilliaci. Il Fatto aveva pubblicato articoli critici nei suoi confronti e Del Vecchio aveva reagito accusando la testata di condurre una campagna denigratoria, arrivando a usare espressioni durissime contro i giornalisti.
Adesso, invece, ne è diventato socio.
Non è neppure un investimento isolato. Del Vecchio sta costruendo una presenza significativa nell’editoria italiana: attraverso le proprie società ha già acquisito il controllo di Editoriale Nazionale, che pubblica tra gli altri Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, e una partecipazione del 30% nel Giornale.
Come avevamo già raccontato nel nostro approfondimento sulla tentata Opa, dietro la partita del Fatto ci sono anche questioni industriali e finanziarie. Perché l’indipendenza editoriale è una cosa sacrosanta, ma i giornali restano imprese che devono fare i conti con bilanci, ricavi e investimenti.
Resta da capire se quel 2% rappresenti soltanto una provocazione destinata a esaurirsi oppure il primo capitolo di una nuova strategia. Al momento non ci sono elementi sufficienti per sostenere che Del Vecchio possa conquistare il controllo della società.
Una cosa, però, è certa. Travaglio non voleva vendere il Fatto a Del Vecchio. Del Vecchio, intanto, un pezzo del Fatto se l’è comprato lo stesso.
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