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L’antiamericanismo delle élite

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Quando abbiamo visto le reazioni al ritorno di Salvini dagli Usa, non abbiamo potuto che gridare: uno spettro si aggira per l’Italia, quello dell’antiamericanismo. Nonostante gli Stati Uniti siano dovuti intervenire due volte, nella Prima e nella Seconda guerra Mondiale, per salvare l’Europa, e nonostante abbiano versato fiumi di denaro (senza restituzioni) per rimettere in piedi Germania, Francia, Italia e così via, non pare che gli europei (ammesso esistano) abbiano mai dimostrato una particolare riconoscenza: sudditanza obbligata, quella sì, ma riconoscenza molto poca. E mentre per decenni ci intascavamo bei dollari e ci facevamo difendere dalla minaccia sovietica da zio Sam, le piazze si riempivano all’insegna di Yankee go home.

In realtà ben prima che, tra il 1918 e il 1945, gli Usa diventassero potenza egemone, l’antiamericanismo era un sentimento diffuso a destra e a manca: oltre a quello marxista, di socialisti e comunisti, c’era un antiamericanismo cattolico molto robusto, poi uno fascista e persino uno liberale! Tutti accomunati dal disprezzo verso la civiltà americana, consumista e non abbastanza «spirituale» (il cow boy, lo sbruffone, il pistolero), dominata dalla «plutocrazia» ma soprattutto dalla democrazia, cioè dal pericolo che il primo venuto, con mezzi demagogici, possa diventare presidente, in barba alle varie oligarchie.

Dopo il 1945 l’antiamericanismo fu giocoforza egemonizzato dal comunismo, che ne fece cavallo di battaglia per decenni: ma, per esempio, in Francia, il paese che più godette dei prestiti Marshall e il più antiamericano di tutti, il disprezzo verso gli yankee accomunava tutte le famiglie politiche. Così come, in Italia, dopo il Concilio Vaticano II, riprese forza un antiamericanismo cattolico, che identificava negli Usa (e molto meno nell’URSS) il pericolo per la «pace». A questo si è aggiunto, in tempi più recenti, un antiamericanismo ecologista, nato dalle lande tedesche.

Se all’inizio le sinistre varie e i comunisti accusavano di imperialismo tutti i presidenti Usa, a partire dagli anni Sessanta cominciò a diffondersi il mito dell’«altra America», una buona, democratica, contro una cattiva, repubblicana. Ecco che, quando alla Casa Bianca c’erano i repubblicani (cattivi) Nixon, Reagan, Bush sr e Bush jr, tutti in piazza, contro l’«imperialismo» americano, la minaccia per la pace, l’arroganza, il «fascismo a stelle e strisce». Quando invece i presidenti erano Carter, Clinton, Obama, cioè i buoni, le guerre diventavano miracolosamente «democratiche», quindi da appoggiare, e gli americani si trasformavano in portatori di « modernità » e di « civiltà ».

La presidenza Trump non ha per fortuna riacceso, tranne nel Regno Unito, le piazze contro gli Usa: se non altro perché il presidente attuale è il meno interventista da molti decenni in qua. Però ha infiammato un antiamericanismo persino più discutibile di quello delle sinistre: quello delle élite, dell’uomo di Davos, della tecno-burocrazia Ue e dei suoi mandanti «politici», e ovviamente dei giornali che, sia pure perdendo drammaticamente giorno dopo giorno copie, ne sono la grancassa.

Ecco così, fin dall’arrivo di Donald alla Casa Bianca, la denuncia del pericolo arancione: Trump contro il libero scambio (mentre Xi Jin-Ping è portato agli altari), Trump contro la stampa, Trump contro le donne, Trump contro i trans. In pratica, Trump contro la democrazia, Trump fascista. Tutto il precipitato di decenni di antiamericanismo lo abbiamo letto però non sui giornali rossi, che non ci sono più, ma sui quotidiani dell’establishment, «Times», «Financial Times», «Le Figaro», «Le Monde», «Frankfurter Allgemeine Zeitung».

E lo abbiamo visto in azione al ritorno di Salvini dagli Stati Uniti, persino nel nostro piccolo asfittico establishment. Invece di rallegrarsi che il nostro paese abbia riallacciato con il nostro alleato storico, di cui non possiamo fare a meno per milioni di ragioni, ecco partire le accuse di «sottomissione» agli Usa.

Editorialisti che invitano quotidianamente a sottomettersi a tutti, a Moscovici, a Merkel, a Macron, a Sanchez e persino a Muscat, improvvisamente riscoprono l’orgoglio, l’interesse nazionale, il  «coraggio di dire no». Peccato che quando Obama in Italia definiva il Colosseo “grande come uno stadio di baseball” oppure Renzi nel giardino della Casa Bianca si prestava a discutibili scenette in cambio dell’endorsement di Obama al referendum del 4 dicembre (con che risultati poi), gli stessi commentatori non li abbiamo letti, o se li abbiamo letti si sperticavano in elogi per l’Italia finalmente riconosciuta dall’«indispensabile fratello americano ».

Se lo yankee go home degli eskimo e dei centri sociali ci face(va) venire l’itterizia, per quello in mala fede e doppiopetto alla Davos, Studio Ambrosetti e burosauri Ue, abbiamo solo commiserazione.

Marco Gervasoni, 20 giugno 2019