Pensate se Saviano avesse detto quelle parole su Borsellino. La sinistra del disprezzo e l’odio per chiunque sia portatore di un pensiero diverso. Immaginate questa scena. Paolo Borsellino — sì, proprio lui, il magistrato ucciso dalla mafia, uomo integerrimo, legato per convinzione personale e familiare alla destra italiana, cresciuto tra le fila dell’MSI — viene definito “uno degli individui peggiori prodotti dalla politica”, “non meritevole di empatia”, “simbolo di un’ideologia da sabotare”. Lo scandalo sarebbe totale. Editoriali infuocati. Monologhi televisivi con le lacrime in tasca. Una settimana di lutto morale per la Repubblica. E, sia chiaro, sarebbe giusto indignarsi. Perché le idee si combattono, gli uomini si rispettano.
Ma ora torniamo alla realtà, al caso vero: Roberto Saviano — l’intellettuale pop da salotto, mai così coraggioso da sfidare davvero chi comanda oggi, sempre pronto invece a combattere gli spettri del “fascismo” come fossero Pokémon immaginari — insulta pubblicamente Charlie Kirk, giovane intellettuale e attivista conservatore americano. Le sue parole sono degne del peggior bar di periferia: un concentrato di arroganza, disprezzo elitista e disumanizzazione morale.
Dove sono le reazioni scandalizzate adesso?
Saviano ha definito Charlie Kirk “uno degli individui peggiori prodotti dalla politica americana”, ha detto di “non provare alcuna empatia” per lui e ha spiegato che “non riesce ad accodarsi al coro morale secondo cui ogni vita va rispettata”. Ha ridicolizzato Kirk con quella tipica patina di superiorità moralistica che oggi va tanto di moda tra certi scrittori italiani: quelli che, per intenderci, si sentono più colti di chiunque voti a destra, solo perché hanno letto tre volte Pasolini e una volta Noam Chomsky.
Ma attenzione: non si tratta solo di un insulto personale. No. Questo è l’ennesimo caso in cui il pensiero conservatore viene demonizzato non per le sue idee, ma per la sua esistenza. Non importa cosa dici: se sei di destra, per certi salotti non puoi nemmeno parlare.
Charlie Kirk è un volto di riferimento per una nuova generazione di conservatori americani, spesso inviso alla sinistra proprio perché rompe i codici del politicamente corretto, smaschera le contraddizioni del progressismo da tastiera e difende valori tradizionali in un tempo in cui tutto ciò che è “tradizionale” viene visto come regressivo. Non è perfetto, certo, ma ha il coraggio di parlare dove altri tacciono. E questo, per chi come Saviano vive della propria presunta superiorità morale, è intollerabile.
Il punto non è difendere ogni parola detta da Kirk. Il punto è notare la sproporzione, la violenza verbale, l’odio travestito da critica culturale. Il punto è che se qualcuno, a parti inverse, avesse detto le stesse cose su un intellettuale progressista — magari definendo Saviano “un disastro prodotto dall’editoria” — sarebbe stato messo alla gogna, tacciato di odio, bullismo, ignoranza.
Esiste, in certi ambienti, una sorta di razzismo intellettuale verso chi non si allinea. È lo stesso spirito che porterebbe alcuni, oggi, a disprezzare anche un Borsellino se vivesse ancora e osasse dichiararsi “di destra”. È lo stesso spirito che autorizza a deridere chiunque sfidi il mainstream, purché non si tocchino le sacre mucche del progressismo salottiero.
Saviano può insultare Kirk senza subire conseguenze, perché ha il pass culturale giusto. È dalla parte “giusta” della storia, quindi ogni suo sputo è interpretato come pioggia benedetta. Ma chi ha ancora il coraggio di pensare — e non solo di aderire — dovrebbe indignarsi. Non perché Kirk sia intoccabile. Ma perché l’insulto non può mai sostituirsi all’argomentazione, e la superiorità morale non è un lasciapassare per il disprezzo umano.
C’è un termine per descrivere questo atteggiamento: disumanizzazione. E non c’è nulla di intellettuale in chi la pratica. Anche se scrive libri (che esaltano figure ambigue, con tutti i danni dovuti alla loro emulazione da parte dei giovanissimi, ma questa è un’altra storia).
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