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"La fabbrica di disoccupati"

“Laureato? Faccia pure il cameriere”. Perché è giusto rivedere il reddito minimo

Il dibattito sul reddito di cittadinanza e l’offerta congrua: basta col valore legale del titolo di studio

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La riforma sacrosanta del reddito di cittadinanza come concepita dal governo ha degli elementi di riflessione che vanno oltre lo stesso reddito minimo. E investono gli studi, il valore legale del titolo di studio, il lavoro, l’educazione e una certa idea di questo nostro Paese.

Il governo ha questa concezione: qualunque sia il tuo titolo di studio, nel momento in cui ti arriva un’offerta di lavoro non la puoi declinare. Deve essere accettata, altrimenti decade il diritto al reddito di cittadinanza. È un’idea di tale assoluto buonsenso che noi la ritroviamo anche, pensate un po’ voi, in Luigi Einaudi. Il grande economista italiano spiegava infatti in maniera esemplare che il valore legale del titolo di studio era una forma di impedimento alla formazione attraverso il lavoro e disincentivava la ricerca del lavoro. In sintesi: “Siccome ho questo titolo di studio, non posso fare altri lavorio”. Se ci pensate bene concepire così non solo gli studi, non solo il lavoro, ma la propria stessa esistenza è una sorta di fabbrica dei disoccupati.

Il governo rivedendo il criterio del reddito di cittadinanza riporta kle cose al looro giusto valore.

Continua ascoltando il video di Giancristiano Desiderio