C’è un dettaglio in tutta la vicenda della ventitreenne barbaramente violentata all’uscita di una metro di Roma che pesa più del resto, e cioè che, nonostante quanto successo, una parte della stampa lima ad arte le notizie del caso: si può facilmente notare come le dichiarazioni della vittima vengano sfumate, in certi casi proprio edulcorate dagli articoli dei giornali.
La ragazza ha infatti riferito alle forze dell’ordine una descrizione abbastanza precisa dei tre aggressori che, secondo la sua versione, sarebbero incontrovertibilmente di origine nordafricana.
Questo non è un elemento inventato da commentatori improvvisati, né un’illazione politica o una fake news per fare “rage-baiting” sui social network: è parte integrante del racconto della vittima. Eppure da ore, mentre il disgusto popolare per il degrado incontrollabile nelle grandi città si manifesta sempre più ineluttabile, le testate “riferiscono” il fatto senza fornire un dettaglio, quello dell’etnia che potrebbe sì contribuire alle indagini e all’identificazione ma che no, non fa bene alla narrazione petalosa che loro portano avanti della presunta armonia tra migranti e autoctoni.
E così si assiste all’osceno collaudato della cronaca contemporanea, la selezione chirurgica di ciò che può essere detto e soprattutto di ciò che sarebbe scomodo riportare, perché certi temi per alcune testate sono scomodi più del fatto stesso. Ed ecco allora titoli che ballano attorno alla questione, trafiletti che si tengono prudentemente lontani da qualunque riferimento etnico, giornalisti che improvvisamente riscoprono il valore della discrezione, del garantismo, della cautela, del “non confermato”. In un Paese dove si crocifigge anche per un avviso di garanzia, stupisce la delicatezza improvvisa quando la descrizione dell’aggressore tocca categorie che rischiano di allargare polemiche politiche che però ormai più che polemiche sono problematiche fattuali.
E il risultato è un’informazione che non informa, un racconto fazioso che trasforma le parole di una vittima in una specie di bozza non confermata, come se la realtà, per essere pubblicabile, dovesse prima passare dalla gestapo dell’integrazione. E allora chi si professa femminista, le testate che parlano di femminicidi, di necessità di intervenire, di patriarcato, dimostrano tutta la loro incoerenza: non c’è una vera volontà di proteggere le donne, c’è solo ciò che conviene e che non conviene scrivere.
Del maschio bianco si può scrivere, quando è italiano viene scritto in grassetto (come a dire a tutti gli italiani “siete voi il problema”). Se sono migranti (e per strada sono quasi sempre loro) si deve evitare di dirlo. Fanpage, nota testata online, supera se stessa e anziché fare una corretta informazione fa un articolo onirico dove dice “Ecco perché la destra sulle violenze sessuali alimenta il razzismo”. Dire che se i migranti (che costituiscono l’8% della popolazione) commettono quasi la metà di violenze è un problema al giorno d’oggi è razzismo. Va bene, chiaro.
Ma la gente non ha le fette di salame sugli occhi, chi vive le città vive anche i suoi problemi e se li sente addosso. E quindi si può mistificare la realtà per gli amici del circolino che sui loro chester leggono le news, ma non per il paese reale. E paradossalmente, facendo questa narrazione a targhe alterne, si ottiene l’effetto opposto: si alimenta la sfiducia verso il migrante in generale e si dà la sensazione che la verità venga truccata per risultare presentabile. Bravi, ottimo lavoro.
Alessandro Bonelli, 11 dicembre 2025
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