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Le colpe del governo nella tragedia lombarda

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La vicenda dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico tenuti segreti e poi solo parzialmente resi pubblici dalla presidenza del Consiglio, con una accorta selezione, l’altro ieri, rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang per Giuseppe Conte. A parte alcune rilevanti incongruenze, prontamente notate, fra quanto presente in quelle carte e le decisioni poi effettivamente prese da Palazzo Chigi, la questione che è sembrata subito tendenzialmente dirimente è quella concernente l’assenza, fra i documenti inviati alla Fondazione Einaudi, di ogni riferimento alla decisione di non chiudere le zone dei comuni di Alzano e Nembro che presentavano a inizio marzo situazioni sanitarie molto critiche.

Questa mancata chiusura, causa di un numero impressionante di morti, era stata oggetto, qualche settimana fa, di accuse molto forti da parte della stampa mainstream nei confronti della regione Lombardia, a partire dai suoi rappresentanti più esposti: il governatore Attilio Fontana e l’assessore alla salute Giulio Gallera. Si è così arrivati ad aprire una inchiesta su ciò che fosse effettivamente accaduto in quel frangente. Nonostante poi che il magistrato inquirente avesse dato ragione a Fontana e Gallera sul fatto che non spettava alla regione Lombardia, che fra l’altro non ha ovviamente forze armate autonome, dichiarare la “zona rossa”, le accuse nei loro confronti non solo non erano cadute ma erano entrate a far parte di una pervasiva narrazione volta a delegittimare il Pirellone e indirettamente lo sponsor politico del governatore, l’odiato e per principio “colpevole” Matteo Salvini. Fino a quando, ieri, avviatosi un processo non più controllabile dai vari Casalini e dalla corte che gira attorno al premier, sono venuti fuori vari elementi che rivoltano completamente il quadro. Da una parte, “L’Eco di Bergamo” ha reso noto  il verbale mancante fra quelli resi pubblici relativo proprio a una riunione del 3 marzo del CTS, in cui si consigliava di estendere immediatamente anche ai due comuni della Val Seriana la “zona rossa”; dall’altra, sono state messe insieme e in fila diverse e contraddicentesi dichiarazioni di Conte a proposito della non attuazione di un un provvedimento tanto scontato che nella zona erano già arrivate le forze dell’ordine, compresi i carabinieri, che avrebbero dovuto operare per renderlo effettivo.

In effetti, ai giudici di Bergamo che erano andati ad ascoltarlo a Palazzo Chigi, il premier aveva detto di non aver mai visto quel verbale, tesi ribadita in altre occasioni e poi corretta ieri nella conferenza stampa seguente il Consiglio dei ministri: il 5 marzo sarebbe stato messo a conoscenza solo del contenuto del testo e avrebbe chiesto un supplemento di indagine. Perché tutta questa cautela? C’erano state pressioni da parte di qualcuno affinché non si procedesse speditamente come era logico che fosse? Come è noto la situazione precipitò e il 9 marzo fu proclamato il lockdown generale in tutta Italia. Intanto, si erano persi inspiegabilmente giorni preziosi per spegnere due potenti focolai.

Ma anche questa versione non ha convinto molti, considerato che, in un’intervista del 2 aprile al “Fatto quotidiano”, che è un po’ l’organo ufficiale “di regime” in epoca contiana (e questo la dice lunga!), il presidente del Consiglio aveva detto che già la sera 3, come è logico pensare, egli era stato messo a conoscenza di tutto. Può un presidente del Consiglio cambiare così impunemente versione e dire con leggerezza tutto e il contrario di tutto su un momento così delicato di tutta la vicenda? E come si spiegano i due omissis presenti nel verbale reso noto dal quotidiano bergamasco, sicuramente non accettabili in uno Stato di diritto su documenti di ordine amministrativo?