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Le domande che Fazio non farà mai a Carola

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Domani sera, su Rai 2, Che tempo che fa di Fabio Fazio ospiterà Carola Rackete, la capitana della nave Ong Sea Watch 3. L’attivista torna su una televisione italiana dopo la partecipazione a Piazzapulita di Corrado Formigli, la scorsa estate. Chissà se Carola, che, aveva spiegato su La7, di professione fa «l’ecologista», arriverà a Milano in aereo o in treno – come il povero giornalista di Repubblica, costretto, per incontrarla a un estenuante viaggio su rotaia da Roma alla Germania…

Sarebbe una bella occasione per un’intervista vera alla donna che sfidò il decreto Sicurezza. Certo, i precedenti non fanno ben sperare. Torna in mente, ad esempio, il Fazio in adorazione mistica di Emmanuel Macron. Non a caso, il conduttore, su Twitter, ha annunciato con «piacere» e «onore» la presenza in studio della Rackete. Non per mettere le mani avanti, ma pure il parterre lascia intendere dove andrà a parare il programma: con Carola ci saranno Giorgia Linardi, portavoce italiana della Sea Watch e Muhamad Diaoune, calciatore senegalese di una squadra meneghina di richiedenti asilo e rifugiati. Sarebbe un po’ come invitare nello stesso dibattito tv Matteo Salvini, Lorenzo Fontana e uno di Radio Padania. Quando si dice l’amore per il pluralismo.

Non vogliamo rubare il lavoro a Fazio. Però ci permettiamo di elencare qualche domanda che speriamo (la speranza è l’ultima a morire) il conduttore rivolga all’ospite, passata in men che non si dica dalla moda dell’immigrazione alla moda gretina.

Primo. Perché ha tentato di speronare una motovedetta della Guardia di finanza? La vita di chi serve lo Stato italiano vale meno della «disobbedienza civile»? È stato un atto deliberato? Se, al contrario, si è trattato solo di un errore, chi diavolo le ha dato la patente nautica? Perché la Sea Watch l’ha messa al timone di un’imbarcazione che non era neppure in grado di far approdare in sicurezza?

Secondo. Ci sono legami tra le Ong e i trafficanti? È vero che gli scafisti sono in grado di contattare direttamente le organizzazioni e di preparare di concerto con loro il trasferimento dei migranti dai gommoni alle navi «umanitarie»? E gli attivisti si rendono conto di fungere da calamite per le partenze, con la conseguenza di esporre a gravi rischi decine di uomini, donne e bambini, che a quei trafficanti pagano migliaia di euro per essere messi in mare?

Terzo. C’è un limite, dettato da ragioni economiche, culturali e di ordine pubblico, al numero di immigrati che possiamo accogliere? O è possibile deportare tutto il continente africano in Europa?