Qui al bar pensiamo che, al di là degli intrighi giudiziari che riguardano Sigfrido Ranucci, al di là degli interrogativi su quanto fosse consapevole (per ora gli inquirenti ritengono non lo fosse) delle manovre di Valter Lavitola per trasformarlo in un martire e lanciarne la carriera politica (o fargli aumentare la scorta), la vicenda dell’attentato farlocco al quasi ex conduttore di Report abbia contribuito a far emergere l’uomo dietro al giornalista. Anzi, l’ego dietro al giornalista.
Prima, Ranucci si è accostato a figure come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; anche meno, Sig, eh. Adesso, mentre continua a denunciare il complotto della tv di Stato ai suoi danni, si è abbandonato pure a un delirio di autocelebrazione, quanto alla sua capacità di costruire professionisti delle inchieste a sua immagine e somiglianza. “Tu sposti Sigfrido Ranucci perché non ti è consono e lo metti a insegnare per formare altri 100 Sigfrido Ranucci”, ha commentato a Cerveteri l’ipotesi che venisse nominato direttore della Scuola di giornalismo Rai di Perugia, una sorta di promoveatur ut amoveatur. “E poi che ci fai, glieli sposti?”.
Insomma, l’anchorman sarebbe in grado di plasmare i giovani rampolli della stampa e renderli feroci mastini al servizio della Verità. O del Teorema, a seconda dei punti di vista. Praticamente, è impossibile batterlo: per ogni testa tagliata ne rinasceranno due, più agguerrite ancora. Il Potere costituito non può spuntarla. Il Verbo non si può fermare. Gli adepti si moltiplicheranno. Il giornalismo sono Io. Più Nibelungo del Sigfrido originale. Un po’ meno, Sig. Sai come si dice? Scendi dall’albero, ché il ramo traballa…
Il Barista, 26 agosto 2026
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