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Lei difende i ministri, lui no. Su Almasri la lezione di Meloni a Conte

La postura del premier in difesa dei suoi uomini contro i "non ricordo" del leader 5 Stelle nel caso Open Arms

giorgia meloni giuseppe conte Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Giorgia Meloni è fuori dall’inchiesta giudiziaria sul rimpatrio del generale libico Osama Almasri. Come vi abbiamo raccontato, il Tribunale dei ministri ha archiviato la sua posizione, mentre per tre esponenti del governo — il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Guardasigilli Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano — si profila all’orizzonte una possibile richiesta di autorizzazione a procedere.

I tre restano formalmente indagati per favoreggiamento e peculato, con l’aggiunta per Nordio dell’accusa di omissione di atti d’ufficio. L’indagine è legata alla mancata consegna alla Corte penale internazionale e al successivo rimpatrio, avvenuto a gennaio, del generale Almasri, accusato di crimini contro l’umanità.

A rendere nota l’archiviazione nei suoi confronti è stata direttamente la leader, che con un post sui social ha informato dell’esito dell’indagine: “Oggi mi è stato notificato il provvedimento dal Tribunale dei ministri per il caso Almasri: dopo oltre sei mesi dal suo avvio, rispetto ai tre mesi previsti dalla legge, e dopo ingiustificabili fughe di notizie. I giudici hanno archiviato la mia sola posizione”.

Meloni, nella stessa comunicazione, ipotizza che per i suoi colleghi possa scattare il procedimento parlamentare: “Desumo che verrà chiesta l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Piantedosi e Nordio e del Sottosegretario Mantovano”. Un passaggio che, al momento, non trova riscontri ufficiali né alla Camera né al Viminale. La Giunta per le autorizzazioni, infatti, non ha ancora ricevuto alcuna documentazione, e secondo fonti del ministero dell’Interno, Piantedosi non avrebbe ricevuto notifiche.

Nel suo messaggio, la premier contesta apertamente la ricostruzione dei giudici: “Nel decreto – scrive Meloni – si sostiene che io ‘non sia stata preventivamente informata e (non) abbia condiviso la decisione assunta: e in tal modo non avrei rafforzato ‘il programma criminoso’. Si sostiene pertanto che due autorevoli ministri e il sottosegretario da me delegato all’intelligence abbiano agito su una vicenda così seria senza aver condiviso con me le decisioni assunte. È una tesi palesemente assurda”.

Meloni non rinuncia a sottolineare la compattezza della sua squadra: “A differenza di qualche mio predecessore, che ha preso le distanze da un suo ministro in situazioni similari, rivendico che questo Governo agisce in modo coeso sotto la mia guida: ogni scelta, soprattutto così importante, è concordata. È quindi assurdo chiedere che vadano a giudizio Piantedosi, Nordio e Mantovano, e non anche io, prima di loro”.

Il primo ministro rilancia infine la sua linea d’azione e assicura che non si tirerà indietro nel momento decisivo: “Ribadisco la correttezza dell’operato dell’intero Esecutivo, che ha avuto come sola bussola la tutela della sicurezza degli italiani, e lo ribadirò in Parlamento, sedendomi accanto a Piantedosi, Nordio e Mantovano al momento del voto sull’autorizzazione a procedere”.

La lezione della Meloni a Conte

Prima di entrare nel dettaglio della linea dei giudici, è necessario porre l’accento sulla differenza abissale tra la Meloni e Giuseppe Conte. Il premier, infatti, si è schierata senza se e senza ma al fianco dei suoi ministri, pronta a combattere al loro fianco per quella che ritiene un’assurda ingiustizia. Una mossa da vera leader, ma questo non sorprende, perché in questi anni di governo non ha mai dato modo di pensare il contrario.

Lo stesso non possiamo dire di Conte, l’autoproclamato avvocato del popolo famoso per i suoi “non ricordo”, per la sua amnesia in relazione al caso Open Arms che ha visto Matteo Salvini rischiare anni di carcere. Se Giuseppi abbandonò il suo ministro dell’Interno, vittima di un clamoroso attacco giudiziario, nonostante avesse condiviso con lui la scelta di bloccare gli sbarchi, la Meloni non ha lasciato spazio a dubbi e fraintendimenti, fornendo vicinanza e sostegno ai suoi uomini. Una differenza sostanziale. Una differenza tra chi tiene fede alle sue idee e chi scappa rinnegando l’operato del suo esecutivo.

La linea dei giudici

“Gli elementi acquisiti nel corso delle indagini non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna, limitatamente alla posizione della sola Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, tanto per il reato di peculato quanto per quello di favoreggiamento” l’analisi del Tribunale dei ministri sulla posizione della Meloni.

Il Tribunale sottolinea che, sebbene la premier fosse stata informata della vicenda, “non esistono prove di una sua reale partecipazione nella fase ideativa o preparatoria del reato (…) con le attività poste in essere dagli altri concorrenti”. In sostanza, Meloni non ha avuto un ruolo operativo, né decisionale. È questo il punto fermo che chiude — almeno per lei — il filone giudiziario del caso.

Nel documento inviato alla presidente del Consiglio emergono anche i dettagli sul suo coinvolgimento. Tutto si basa sulle “sommarie informazioni” rese ai magistrati dal direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, il quale ha riferito che “la Presidente del Consiglio era stata ‘sicuramente informata’”. Tuttavia, lo stesso Caravelli precisa di “ritenere – sulla base di indicazioni che mi dava il sottosegretario Mantovano – che (la premier, ndr) fosse d’accordo”.

Una valutazione soggettiva, insomma, non supportata da elementi concreti. Ed è proprio su questo punto che si basa la decisione di archiviazione. “Non compare alcun dettaglio o elemento valutabile circa la portata, natura, entità e finalità dell’informazione, specie sotto il profilo della sua condivisione delle decisioni adottate”, scrivono i giudici.

Sarebbero dunque proprio questi passaggi a escludere ogni responsabilità penale da parte di Meloni, per la quale non emergono “elementi dotati di gravità, precisione e concordanza tali da consentire di affermare in che termini e quando la Presidente del Consiglio sia stata preventivamente informata e abbia condiviso la decisione assunta in seno alle riunioni” sul caso Almasri.

Il Tribunale riconosce comunque “l’assunzione di responsabilità politica” fatta pubblicamente dalla premier anche attraverso le sue dichiarazioni televisive. Poco rilevante, invece, secondo i magistrati, la nota di ringraziamento arrivata dalle autorità libiche: “linguaggio protocollare”, scrivono, privo di peso giuridico nella vicenda.

Insomma, Giorgia Meloni non solo non è indagata: per i giudici non esistono nemmeno le basi minime per un’ipotesi d’accusa. Una pagina che si chiude per la premier. E un’altra, più complicata, che potrebbe aprirsi per altri membri del governo.

Franco Lodige, 5 agosto 2025

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