Nel suo ultimo affondo su queste pagine, il vs. collaboratore Vincenzo Mangione ha scoperchiato il vaso di Pandora di un tic contemporaneo insopportabile: l’incapacità cronica di confrontarsi. Una patologia fondata esclusivamente su un voyeurismo distruttivo, ossessionato dal feticismo del difetto. Ci siamo ridotti ad una tifoseria di censori incapaci di guardare l’insieme, pronti a vivisezionare l’avversario o la situazione di turno per isolare l’aspetto negativo e usarlo come clava.
Un esercizio sterile, figlio di una mediocrità culturale che non produce nulla se non il vuoto. Contro questa dittatura della perfezione fittizia, vorrei rivendicare con forza «l’elogio dell’imperfezione». Perché è proprio lo scarto dalla norma, il dettaglio sbagliato, a salvare la realtà dalla banalità assoluta. Ricordando la metafora di Mangione forse è solo quel puntino nero a dare un senso e una particolare specialità al foglio bianco; senza di esso, resteremmo a fissare il nulla.
Chiediamoci, con un briciolo di onestà intellettuale: che cosa sarebbe Piazza dei Miracoli a Pisa con un campanile geometricamente perfetto e perpendicolare come un fuso al terreno? Sarebbe un monumento anonimo, un esercizio di stile per ingegneri dogmatici, privo di quell’anomalia sublime che ne ha fatto un mito universale. Ma la storia e la cultura sbeffeggiano da sempre la nostra odierna ossessione per l’impeccabilità. Il collezionismo ne è la prova più cinica: nella filatelia, il mitico “Gronchi Rosa” del 1961 è diventato un’icona inestimabile non per la sua precisione, ma per un grossolano errore nei confini geografici del Perù.
Leggi anche:
Nella numismatica, le “500 lire d’argento” del 1957 sono un tesoro per i collezionisti per un paradosso aerodinamico: le bandiere delle Caravelle sventolano controvento rispetto alle vele. L’errore umano ha creato il valore, la svista ha generato la leggenda. Cercare ossessivamente il difetto negli altri per squalificarli non vi renderà migliori, vi renderà solo più ottusi. L’unicità non ha mai viaggiato sui binari della perfezione standardizzata. Accettare l’imperfezione non significa essere indulgenti con il ribasso, ma rifiutare il conformismo di chi, non sapendo creare nulla, passa il tempo a cercare la macchia sul vestito altrui.
William J. Marangon, 6 settembre 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


